< TERRAFERMA

Un film di EMANUELE CRIALESE / ITA / Durata: 88min

Media 4.27 / Votanti 1165


La nostra recensione:
di G. Stefano Messuri
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Ho visto il film a Venezia 68°, prima di leggere il pressbook e ogni altra notizia sulla storia. Mi ha colpito, su tutte, l’interpretazione del personaggio di Sara (Tinmit T., la migrante di colore), per la sua sobrietà, la sua dignità composta e silenziosa, la dolorosa e densa “verità” del suo sguardo che, da solo, vale il film pur recitato da straordinari attori. Poi ho appreso che Timnit T., in realtà, interpreta se stessa perché lei è una vera migrante, una dei cinque eritrei superstiti dello sbarco a Lampedusa del 20 agosto 2009. Erano partiti in 80: gli altri sono tutti morti. Questo spiega molte cose. Spiega tutto. Intravedo fin da qui una chiave di lettura del film, nella necessità (per me una condizione morale) di superare il freddo e osceno dato numerico che la sintesi della cronaca spersonalizza, cancellando nomi, volti, storie e speranze. Perché ognuno degli altri 75 (ripeto, set-tan-ta-cin- que), uomini, donne, bambini – tutti morti – aveva un nome aveva lo stesso volto, lo stesso sguardo e lo stesso desiderio di vivere. La tentazione ora è quella di fermarmi qui e di dare a voi la parola perché ognuno si esprima, secondo coscienza. Ma lungi dal volervi “spiegare” un film che appunto si spiega da sé, mi limito ad alcune (personali e quindi discutibilissime) considerazioni sul linguaggio e sullo stile adottato da Crialese nellacostruzione della pellicola. La storia nasce da un’idea precisa: gli abitanti di una piccola isola molto esposta agli sbarchi dei migranti (il film è girato nell’isola vulcanica di Linosa ma ovviamente viene da pensare a Lampedusa) reagiscono all’evento in maniera diversa. E’ quindi il punto di vista degli isolani. C’è chi si gira dall’altra parte pensando ai propri interessi e chi invece fa i conti con la propria umanità. Chi percepisce i migranti come una minaccia e chi li guarda come esseri umani.

Questa idea è sviluppata a livello narrativo per tutto il film, fino all’epilogo del finale (quasi) aperto. Mi sembra di poter dire che la narrazione si fonda quindi sul contrasto tra le situazioni e sugli sguardi (in opposizione) tra i personaggi. E così, dall’inizio, il mare amico, fratello, fonte di vita e di lavoro, dai fondali limpidissimi è anche tomba dei naufraghi, simboleggiata dai pesci che nuotano tra scarpe, documenti e oggetti di qualche migrante disperso; l’orizzonte immenso del mare e quello, limitato, di un’isola così piccola da non figurare nel mappamodo (quasi metafora della solitudine e dell’abban- dono). La figura del ventenne Filippo (Filippo Pucillo) è sospesa fra la tradizione del nonno pescatore Ernesto (Mimmo Cuticchio) e la pacchiana modernità del furbone zio Nino (Beppe Fiorello) che spinge i turisti a far finta di niente e a godersi il sole. La faticosa, silenziosa quotidianità dei pescatori e l’assalto dei vacanzieri vocianti; il tuffo dei turisti che ballano durante la gita in barca e l’annegamento dei migranti. Lo sguardo del vecchio Ernesto contrapposto a quello dei carabinieri; la legge del mare che impone di salvare chiunque si trova in difficoltà e quella dell’autorità che comanda altre regole. E’ potente la forza evocativa delle immagini, abilmente costruite da Crialese e fatte di perfetto equilibrio tra colori e azioni. La forte sequenza in cui i migranti appaiono dal mare oscuro della notte, risolta in chiave quasi horror, ci evoca i dannati di una bolgia dantesca.

 

Qualche critica ha ritenuto eccessivi questo stile estetizzante e una simbologia che può mettere in pace la coscienza ma non farebbe decollare la storia, rendendola prevedibile. Potrebbe essere vero, ma il film, senz’altro corale, si libera e si risolve attorno al suo vero nucleo emotivo costituito dalle due figure femminili di Giulietta (Donatella Finocchiaro) e Sara (Timnit T.); la prima difende il focolare domestico/territorio e ini- zialmente reagisce male all’ingresso di Sara che in casa sua partorirà il figlio della violenza. Ma la diffidenza a poco a poco si stempera, si scioglie e diventa rispetto. Sara si apre alla vera accoglienza, in un intenso rapporto di sguardi. E’ proprio lo sguardo più denso di mille discorsi a unire, prima dell’abbraccio, due donne che vogliono la stessa cosa: un futuro per sé e per la propria famiglia. Terraferma (dopo Respiro del 2002 e Nuovomondo del 2006) conclude una trilogia voluta da Crialese sul tema del movimento umano e sulla voglia di “altrove”. Con buona pace di certa politica d’accatto che sopravvive solo inventando e diffondendo la paura del diverso, Crialese ci ricorda appunto che la storia dei popoli è fatta di movimento, alla fine comunque arriveranno. E noi dobbiamo fare i conti con questa realtà. Dove sta il senso di considerare “straniero” qualcuno sopra questo pianeta? Ecco perché prima parlavo di finale quasi aperto: io vedo che la piccola barca con Sara e i suoi figli sta arrivando sulla T erraferma, e sulla T erraferma ci siamo noi. Che faremo di loro?