“Solo dentro il pericolo del fallimento, credo che il racconto possa autenticamente vibrare. Spero di aver scansato il fallimento” (Sorrentino, intervista-pressbook). In effetti, la combinazione narrativa è piuttosto “pericolosa”, sempre per usare parole del regista. Cheyenne, ex rockstar di musica dark, ebreo, cinquantenne, rossetto e cerone conduce una vita benestante a Dublino; è trafitto da una noia che tende a interpretare come una leggera depressione; al suo fianco da sempre una donna solida e simpatica che sa comprenderlo, arginarlo e sorridere; la morte del padre con il quale aveva da tempo interrotto ogni rapporto, lo riporta in America dove si mette alla caccia di un criminale nazista probabilmente morto.
Sì, il mix narrativo era senz’altro rischioso. Ma il film poggia su due pilastri eccezionali ovvero la straordinaria capacità narrativa del regista e la magnifica interpretazione del protagonista.Il primo è un Sorrentino in stato di grazia, collaudato e maturo che consolida uno stile oramai riconoscibile. “Vorrei fare film senza trama” dice, e questo desiderio traspare dalla sua estetica: ogni inquadratura è frutto di una minuziosa costruzione dell’immagine, con bellissimi campi lunghi, uso sapiente del dolly e visioni essenziali dell’ambiente urbano. Da segnalare lo straordinario piano sequenza, con l’inquadratura ribaltata, del concerto di Byrne. Sorrentino poi, ci porta negli Usa, dentro i “luoghi - non luoghi” dell’ immaginario, con infinite strade dritte, smisurate prospettive orizzontali, cielo blu macchiato dalle nuvole, motel e iconografia del distributore di benzina in mezzo al nulla. “I luoghi americani sono un sogno – dice il regista – e quando ci sei dentro, non diventano reali, continuano ad essere sogno”. All’interno dei “luoghi” si muove Cheyenne (il look è ispirato a Robert Smith dei Cure) che percorre un film sulla Storia, sulla famiglia (“un padre non può non amare suo figlio”), sulla crescita, sul “ritardo” (“per troppi anni ho fatto finta di essere un ragazzo”, sullo smarrimento (“ora è troppo tardi”).
Cheyenne, infantile ma non capriccioso, viene descritto dal regista come molti adulti rimasti ancorati all’infanzia: ha il dono di preservare solo gli aspetti limpidi, commoventi e sopportabili dei bambini; è un autentico involontario portatore di gioia. Ma Cheyenne è anche un uomo che ogni giorno si trasforma in maschera, quella di un passato che vorrebbe rinnegare e nel quale invece si rifugia; un passato che lo rinchiude nei sensi di colpa perché ha “perso” il rapporto con il padre (al cui capezzale arriverà in ritardo); perché si sente responsabile del suicidio di due fan, come spiega all’amico David Byrne con lui discutendo sul concetto di artista.
E’ proprio in questa splendida sequenza del film che ci viene svelato un elemento chiave del film. Byrne e Cheyenne sono uno di fronte all’altro. Il primo è percepito da Cheyenne come l’artista “vero” ed è completamente vestito di bianco e in piena luce; Cheyenne invece è rappresentato “cromaticamente” come lui stesso si sente, mentre dà sfogo al suo senso di colpa: interamente vestito di nero e con un’illuminazione frontale talmente sovraesposta da renderlo una maschera infernale. Una sequenza drammaturgicamente accostabile al monologo-confessione de “Il Divo”. Ecco quindi la metafora del senso di colpa: il trolley-fardello che Cheyenne, smarrito e affaticato, si porta dietro per (quasi) tutta la storia e che, con il trucco lo smalto, rappresenta la zavorra che lo opprime. Una zavorra che lo segue quando, partendo dalla Grande Mela, diventa protagonista di un viaggio on the road che gli cambierà la vita. Benché Cheyenne lo neghi (“Non sto cercando me stesso. Sono in New Mexico, non in India”) compie invece proprio un lungo viaggio per trovare (o ri-trovare) un posto dentro di sé e non (solo) un tedesco del quale non si sa oramai più nulla.
E’ questo il senso del testo della canzone dei T alking Heads e di Byrne (loro leader, qui nella parte di sé stesso) che dà il titolo al film, peccato non si sia provveduto a sottotitolarla con traduzione. Rimane quindi sullo sfondo (come la voce over del padre di Cheyenne) l’oggetto Shoah, pur presente nel monologo del nazista e nella vendetta / contrappasso che, con la legge del taglione Cheyenne infligge al tedesco, sostituendo la pistola con la macchina fotografica. Ha fatto bene o male? Decidete voi, ma questo è irrilevante nel viaggio interiore del protagonista; è lì che Cheyenne recupera il rapporto con sé stesso e in qualche modo con il padre, è lì che colma la distanza, azzera il ritardo, cresce e si libera del trolley, della zavorra del passato e dei sensi di colpa. Finalmente struccato torna a casa. Sean Penn è semplicemente monumentale, capace di reggere da solo tutto il film e, ancora una volta, assolutamente all’altezza del suo mito.