L’ultimo film di Woody Allen si caratterizza per l’atmosfera e il senso di nostalgia e di illusione che sa evocare nello spettatore. L’inizio dell’opera, un vero e proprio prologo, è un omaggio a Parigi attraverso delle meravigliose cartoline, delle immagini mute che, sottolineate da una deliziosa colonna sonora, mettono lo spettatore nella disposizione d’animo di aprirsi allo stupore della bellezza.E questo è anche ciò che accade, nel film, al protagonista. Gil è uno uomo che vuole fuggire da un lavoro che non lo soddisfa e da una vita che non sente sua, intrappolato nella carriera di sceneggiatore di successo, mentre la sua vera aspirazione sarebbe quella di diventare uno scrittore, e nella vita preconfezionata dalla middle class brulicante di luci, feste, arte e cultura ma, soprattutto, di vita.
Gli incontri del protagonista con Hemingway, Zelda e Francis Scott Fitzgerald, Picasso etc. non sono soltanto un divertissement per mettere in scena un viaggio fra i fantasmi del passato, ma sono il modo in cui Woody Allen mette Gil a confronto con le sue paure. In un contesto evocativo perfettamente ricreato dalla regia di Allen, dall’ambientazione e dalle scene la vera scoperta di Gil è rendersi conto che la sua frustrazione non deriva dall’essere nato nell’epoca sbagliata ma da non saper vivere appieno il presente. Durante le visite “forzate” alla Parigi “culturale” fatta di musei e palazzi, Gil si mostra annoiato non per ciò che vede ma per la pedanteria con la quale il suo antagonista descrive le opere, e alla quale egli non si sforza di opporre resistenza, soffocando il suo istinto, la sua fantasia e la sua creatività. La situazione viene ribaltata quando, di fronte al quadro dell’amante di Picasso, Gil si riappropria della meraviglia e della passione che l’opera d’arte suscita nell’uomo lasciando esplodere, grazie alle battute argute di Allen, l’emozione. Tramite il monologo surreale del protagonista davanti al quadro di Picasso, Allen descrive il mutamento che sta avvenendo nell’animo del Gil che inizia a non vivere più il passato come scisso dal presente ma in continuità con esso, riappropriandosi di quella componente divertita e divertente dell’approccio alla vita che costituisce il leit motive di tutte le interpretazioni degli attori in scena. Con una battuta la presa di coscienza del protagonista si fa strada quando egli osserva che il passato non è affatto morto, anzi non è nemmeno passato.
In questo modo la fuga fantastica della realtà cessa di essere un’arresa di fronte alle difficoltà e diventa un mezzo per cercare nel presente le ragioni del vivere. Infatti, Gil si accorge che l’insoddisfazione per l’epoca nella quale gli è toccato di nascere è propria anche dei protagonisti dei suoi meravigliosi anni ’20 e questa considerazione lo porta a comprendere che la felicità non va cercata “altrove”. Il messaggio del film sembra simile a quello espresso ne “Il piccolo principe”: durante l’incontro con il controllore il piccolo principe sorpreso di fronte alla marea di viaggiatori che in fretta andava e veniva chiede “Non erano contenti là dove stavano?” e il controllore risponde “Non si è mai contenti dove si sta”.
Il bisogno di cercare sempre nuovi luoghi in cui ricominciare a vivere si arresta quando Gil si accorge che forse è tempo semplicemente di vivere (non di ricominciare a vivere). Woody Allen ci conduce in questo viaggio tratteggiando un film delicato e ricco di emozioni nel quale lo spettatore deve lasciarsi coinvolgere da dialoghi ben congegnati pervasi da uno humor sottile e arguto. Geniale, ad esempio, il passaggio nel quale Gil attento ad ascoltare il racconto di Adriana, modella-amante di Picasso, si lascia sfuggire che è una vera groupie. Il surreale accompagna la trama e persino la recitazione: Owen Wilson (Gil) sembra Woody Allen, recita le battute che Allen ha scritto come le reciterebbe Allen. Ai puristi decidere se ciò sia eccessivo o se anche questo aspetto rientri nell’estro indiscusso di un maestro del cinema che riesce sempre a stupire.