< IL DISCORSO DEL RE

Un film di TOM HOOPER / GB / Durata: 111min

Media 4.36 / Votanti 1184


La nostra recensione:
di G. Stefano Messuri
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l film apre sul dettaglio di un microfono all’interno di uno studio radiofonico; e sulla meticolosa, quasi pedante, preparazione fonica di uno speaker che poi, con voce impostata e perfetta dizione, diffonde il suo annuncio via etere. Un film quindi (anche) sulla nascita della radio e sulle conseguenze che l’affermazione di questo medium di massa ebbe sulla società britannica, e sul resto d’Europa e del mondo. E’ molto efficace in questi termini la sequenza che vede il vecchio Giorgio V rivolgersi a Bertie dicendogli che un tempo al re, per fare bella figura, bastava star bene in uniforme e non cadere da cavallo mentre ora – dice il re – siamo costretti a diventare attori per entrare nelle case della gente. L’avvento e il futuro potere dei media di massa cancellerà il confine tra pubblico e privato e farà diventare la forza della parola una vera e propria arma; la politica uno show. Riuscitissima la sequenza in cui al (nuovo) re Colin Firth, sensibile e intelligente, non sfugge l’abile oratoria del Fuhrer che intuì e sfruttò fin da subito la strategia della comunicazione di massa (non capisco cosa dice, afferma Firth, ma ha l’aria di dirlo bene).

L’esordio del film al contempo, e immediatamente, ci pone in contatto con il problema di Bertie, un principe che tartaglia e che, suo malgrado, si vede costretto a parlare in pubblico. Il film naturalmente è anche altro e possiamo seguirlo procedendo lungo un doppio percorso. Da un lato la storia privata e psicologica di una persona che tenta di superare i propri limiti derivanti dal rapporto con una famiglia anaffettiva (quella di provenienza) anche grazie all’amore e alla comprensione della moglie; dall’altro una storia pubblica che mette a confronto due inghilterre che si confrontano: quella aristocratica, rinchiusa nelle proprie regole e un po’ fuori tempo, e quella borghese o popolare che costringe chi è nobile a fare i conti con la realtà. L’Inghilterra nobile è ovviamente rappresentata da Bertie, quella popolare dal suo “logopedista” - che poi tale non è - e dai suoi metodi poco ortodossi ma efficaci; metodi che costringono Bertie ad abbandonare le sue abitudini e attitudini regali costringendolo a sdraiarsi, a gridare e a cantare a squarciagola, a dire parolacce. Metodi poco ortodossi che lo spettatore intuisce immediatamente essere una seduta analitica mascherata. Poco per volta Bertie, che non aveva nessuna voglia di fare il re e al quale invece la sorte impone di affrontare e andare a fondo delle sue paure, con l’aiuto di Lionel Logue riesce a (ri)costruire la sua autostima, a vincere la guerra prima con la parola e poi con la follia nazista. E proprio lui, di carattere mite e schivo, che sembrava la persona meno indicata a diventare la guida del popolo diventa il faro della nazione con il suo discorso più bello, quello che unisce il paese alle soglie del secondo conflitto mondiale.

Un film magnifico, giustamente pluripremiato che si basa su di una solidissima e austera sceneggiatura. Tratto da una storia vera è stato per lungo tempo rappresentato in teatro. Il regista (Tom Hooper, non ancora quarantenne) offre una prova di stile, di maturità e soprattutto di intelligenza e misura perché, letteralmente si mette al servizio di tre attori monumentali. La regia, rigorosa, non soffre di alcuna sbavatura, predilige (come a teatro) le inquadrature frontali proprio per offrire tutta la scena agli attori che hanno modo di esprimersi al

meglio. Sapiente l’uso del grandangolo nelle prospettive dal basso e nelle inquadrature frontali (un po’ alla Stanley Kubrick) per accentuare il senso di schiacciamento; straordinario l’uso del carrello e della macchina a presa incollata al protagonista a sottolineare spazi angusti e mancanza di vie di fuga. Colin Firth (di solida e robusta formazione teatrale) è strepitoso e dopo anni in sordina ha finalmente staccato il biglietto, meritatissimo, per la celebrità. Il suo lavoro sul personaggio è sorprendente; noi stessi partecipiamo con lui al senso di impotenza e di disagio che sa trasmettere. Ferma la bravura del doppiatore italiano, chi voglia (o possa) vedere il film in lingua originale con i sottotitoli, apprezzerà il lavoro fatto sulla voce, completamente diversa dalla sua e da quella da lui abitualmente usata. E poi c’è l’amico-maestro Lionel Logue, un Geoffrey Rush in stato di grazia e pieno di “musica” e di “luccicanza” (lo ricordate in “Shine”?). E’ lui ad incalzare Colin Firth dal trono dicendogli che ... è solo una sedia; il re insiste e gli urla

“dovete alzarvi, ascoltatemi!”;
“perché dovrei perdere tempo ad ascoltarvi?” - chiede Lionel - “perché io ho la voce”,
risponde il re. “Sì, e proprio così”.