Nel 1967 i Nomadi pubblicano l’album che contiene la traccia “Dio, è morto”, quella che più desta scalpore. Subito censurato dalla RAI per i suoi contenuti, il brano viene tranquillamente trasmesso da Radio Vaticana che ... ne capisce il senso e ne autorizza la riproduzione. Questa vicenda mi è tornata in mente nel 2011. Esce “Habemus Papam” di Nanni Moretti. Un vaticanista dell’Agi (Agenzia Giornalistica Italiana) invita a boicottare il film perché, a suo dire, offenderebbe la religione: “non fidiamoci dei critici cattolici, anche se preti, che lo assolvono”, queste le sue parole. Sennonché, anche stavolta, Radio Vaticana ... che ha capito il film, suona un’altra musica: “Nessuna ironia, nessun macchiettismo. Tutto molto umano”. Nanni Moretti si limita a dire “sul mio lavoro c’è libertà di opinione, chiunque può dire qualsiasi cosa ma io non commento” e aggiunge – potete boicottare il film, ma dopo averlo visto, non prima.
La Commissione nazionale valutazione film della Conferenza episcopale italiana (formata da esperti veri, cattolici e laici) dopo aver visto il film esprime un giudizio critico ma misurato, ben motivato e autorevole, visto l’argomento; un giudizio che - lontano dall’invito a boicottare - parla di un film “complesso”, lo definisce a
tratti “superficiale” ma dotato di una “comprensione ampia e generosa”; conclude ritenendo la pellicola “da utilizzare (...) come prodotto italiano dai molti spunti di riflessione”. A noi il film è piaciuto e vi spieghiamo perché. Poi sta a voi, come sempre, l’ultima parola. Dice Nanni Moretti: “ho voluto raccontare un personaggio così fragile che si sente inadeguato e ho voluto raccontarlo all’interno di una commedia”. Se non ci fermiamo alla prima lettura (quella strettamente religiosa), il “rifiuto” di Melville (che non ha problemi con la fede, anzi) può porsi come la metafora su qualsiasi apparato di potere e su chi lo detiene, e descrive la sensazione di paura di smarrimento e d’inadeguatezza nei confronti di un ruolo e delle responsabilità che si vanno ad assumere. Forse anche un atto di umiltà. Nel mondo moderno rifiutare il Potere è impensabile e allora la metafora diventa ancor più chiara e sconcertante se a rappresentarla è l’esponente di un potere forte e universale come quello della Chiesa. Melville “ha un destino da regista, mentre vorrebbe solo fare l’attore. Vorrebbe essere guidato e non se la sente di guidare” (G. CANOVA). E’ anche metafora di un disagio che delicatamente ci avvicina all’umanità di Papa Melville, perché ce lo fa assomigliare. Quante volte ognuno di noi ha detto – non ce la faccio? Dopo la fuga, il film si sdoppia e diventa anche commedia. Da un lato il Papa, smarrito, nel suo particolare pellegrinaggio denso di interiorità bella e tenerissima, di sofferenza vera. Dall’altro i Cardinali in attesa, “prigionieri” e, cinematograficamente, vittime del “morettismo” con l’immancabile partita di pallavolo. E la loro voglia di giocare, le loro debolezze quasi infantili. Personalmente non intravedo intenti offensivi o irrispettosi; vedo un affresco forse trasgressivo ma umanissimo e gentile, finanche simpatico e affettuoso. Vedo e sento il film di un laico (forse ateo) che rispetta chi crede e che riesce a far ridere e commuovere; vedo e sento un film che si avvicina al cuore molto più di altri film religiosi.
Sul versante strettamente tecnico- narratvo forse azzardo nel dire che la storia e la sua narrazione filmica sarebbero piaciute al Maestro Bunuel, per la costruzione onirica, per le soluzioni surreali disseminate qua e là; basti pensare all’esordio, geniale, e poi alle sequenze – inaspettate - di “contaminazione” cinema-teatro quando Melville capita nella troupe teatrale che sta provando “Il Gabbiano” di Checov. E’ senz’altro il film meno “morettiano” della produzione ma il più raffinato per la cura estrema dei dettagli, per la rigorosissima ricostruzione ambientale, per la magnifica fotografia, insomma il più appagante sul fronte estetico. Il cast, eccellente, è sovrastato dallo straordinario Michel Piccoli/Papa Melville (guarda caso, noto interprete di Bunuel) che offre un’interpretazione accorata e verosimile, capace di recitare anche con uno sguardo, e di trasmetterci, nitida, la sua sofferenza. Il finale non è rassicurante. La forza evocativa del balcone vuoto e delle tende che si aprono e si chiudono sul nero che inghiotte ci richiama alle paure di oggi, ma precede l’accorato appello all’amore e alla comprensione, forse l’unica via che resta.