< THE NEXT THREE DAYS

Un film di PAUL HAGGIS / USA / Durata: 122min

Media 4.13 / Votanti 1173


La nostra recensione:
di Carlo Alberto Collanega / carestelle@alice.it
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Nello scoprire con questi “prossimi tre giorni” la sua vena leggera e più spiccatamente commerciale dopo le glorie da sceneggiatore (per Eastwood con “Million Dollar Baby” e “Flags of our fathers”) e regista (con l’Oscar “Crash” e “Nella valle di Elah”), Paul Haggis non dimentica le proprie origini letterarie: tiene presente il “Don Quixote” nel riadattare e riproporre, non senza qualche azzardo, il preesistente script di un film francese, tentando di restituirgli vigoria.

 

Il peso specifico del racconto si riequilibra così in favore dell’operazione di riciclo, nobilitandone gli esiti: nelle maglie di un semplice thriller ad alta tensione s’incunea una dimensione problematica in cui l’insegnante e padre di famiglia Russell Crowe non si scopre impegnato tanto nell’accertare l’innocenza della moglie (Elizabeth Banks) accusata d’omicidio e chiusa in carcere, ma a montare follemente la sua fuga, a prescindere dal corso dei reali accadimenti. Dopo un avvio in cui gli artifici del giallo lascerebbero pensare alla classica “caccia al colpevole” (ma con un suggestivo incipit quasi hitchcockiano in cui l’inconsueto irrompe nella quotidianità e la viola ad un primo stadio), l’attenzione si sposta su un’ulteriore deflagrazione della realtà e del suo orizzonte ripetitivo e rassicurante. Il marito cambia identità e, spinto da un amore ossessivo per la consorte (chiave di lettura per l’intero film), si inventa una nuova carriera da criminale dilettante a partire da un apparentemente banale “bricolage”, rischiando così, al contempo, di disattendere all’educazione del proprio figlio.

 

Il risvolto potenzialmente sorprendente dell’opera risiede nel valore attribuito al potere trasfigurante dell’irrazionalità: contro ogni logica e avvertimento, l’attore Crowe persegue un fine che comporta la totale reinvenzione del reale, o del plausibile, ed esclude la rassegnazione propria del calcolo. Così facendo assolve l’autore Haggis da ogni accusa di inverosimiglianza (cui supplisce anche lo sbalzo accurato del profilo psicologico dei personaggi).

 

Non solo l’accenno a Cervantes si chiarifica, ma si rileva persino un importante aspetto metacinematografico: per il protagonista (e non solo: tale assunto è sempre in agguato e può essere esteso a chiunque) la realtà creduta scalza la realtà fattuale. Si tratta del principio di fondo che anche il cinema sottende, quello di creare visioni altrimenti improbabili. Nel prospettare l’evasione sul muro di casa, con cartina e dati alla mano, il personaggio non fa che proiettare il suo “film”. E la riproduzione/ricostruzione dello stesso porterà poi la polizia alla scoperta delle sue intenzioni. Rientra in questo grande gioco di prospettive falsate, ad esempio, la rappresentazione poco obiettiva della legge (incarnata dai suoi rappresentanti), particolarmente invasiva, prevaricatrice e vessatoria. Lo stesso può essere detto del finale: la foto scattata da Crowe forse si propone come nuovo atto di finzione e creazione illusoria, volto al però al futuro, visto come dovrebbe essere, non come sarà. E’ questo teso clima di ambiguità a sostenere il film: il dubbio si fa realmente beneficio e virtù, perlomeno sino allo scioglimento, e non solo in funzione della suspense. Dal punto di vista realizzativo, Haggis è interessato specialmente al ritmo crescente della narrazione e affida la sua scansione al montaggio serrato. Delega invece gran parte del lavoro sull’immagine alla fotografia, dai toni cupi e chiaroscurali come si addice alla storia e alla sua proliferazione di ombre.