< THE CONSPIRATOR

Un film di ROBERT REDFORD / USA / Durata: 123min

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La nostra recensione:
di Fabio Siviero
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A poche settimane dalla fine della guerra di secessione americana (1861 – 1865) tra Unionisti del Nord e Confederati del Sud, il Presidente Abramo Lincoln pianificava la ricostruzione del Paese. Nell'ultimo giorno di vita, il 14 aprile 1865,
Lincoln stava partecipando ad un evento mondano. Senza la sua guardia del corpo W. H. Lamon, al quale il Presidente aveva raccontato il famoso sogno premonitore del suo assassinio, i Lincoln andarono al Ford's Theatre, a Washington, dove era in programmazione una commedia musicale. Nell'istante in cui Lincoln prese posto nel palco presidenziale, John W. Booth, un attore della Virginia simpatizzante sudista, entrò nel palco e sparò un colpo di pistola calibro 44 alla testa del Presidente, gridando "Sic semper tyrannis" ("Così sempre per i tiranni!") - motto dello Stato della Virginia e frase storicamente pronunciata da Bruto nell'uccidere Cesare. I cospiratori avevano pianificato l'assassinio di altri ufficiali del governo, ma Lincoln fu l'unica vittima. Booth riuscì a fuggire rocambolescamente, mentre il Presidente colpito a morte fu portato in una casa dall'altro lato della strada, dove giacque in coma per alcune ore prima di spirare.

 

Fu ufficialmente dichiarato morto il mattino del 15 aprile 1865. Questo l'antefatto del processo che condannerà all'impiccagione i colpevoli dell'assassinio del Presidente e sul quale Redford costruisce la sua essenziale e asciutta trama cinematografica. Tra i presunti colpevoli, una donna, Mary Surratt, sospettata di complicità e della quale il protagonista, un giovane avvocato nordista, Frederick Aiken, accetta di assumere la difesa. In realtà, la ricostruzione dell'evento è l'occasione per misurarsi con due tendenze della storia americana mai del tutto composte e integrate: da una parte il sentirsi nazione faro del diritto e della democrazia, del rispetto dell'habeas corpus, ovvero del diritto di ogni cittadino americano, quand'anche assassino, di essere tutelato nella propria persona fisica e di avere garantito un giusto processo; dall'altra la necessità di agire per il bene superiore della Patria, al punto da sacrificare diritti acquisiti e valori assoluti, in nome della Ragion di Stato. Redford, coadiuvato dalla sceneggiatura di James Solomon, racconta una vicenda circoscritta nel tempo, ma con la quale è possibile leggere per analogia i momenti più topici della storia americana. Nel corso del tempo il potere politico statunitense si è trovato da una parte a dover scegliere tra la necessità di sostenere colpi di Stato come quello di Pinochet nel ‘73 (Governo Nixon); o di finanziare i Contras con i proventi di armi vendute all’Iran, contro il governo sandinista in Nicaragua nell’85 (Governo Reagan); oppure gestire una prigione come Guantanamo che ha usato metodi ai limiti della tortura con persone solo sospettate di terrorismo (governi Bush e Obama). Dall’altra la Costituzione che proclama la difesa della libertà, della democrazia e della giustizia. A quattro anni da Leoni per Agnelli, dove il regista spiegava la sua idea di impegno civico, ora si interroga sui fini e i mezzi della giustizia e del diritto e, più in generale, dell’esercizio della politica, mettendo in crisi l’illusione democratica, puritana e liberale del “giusto processo” e con esso il sogno americano. La sceneggiatura si basa sul genere giudiziario, un canovaccio consolidato che permette a Redford di concentrarsi sul tema, sul contenuto del film, senza concessioni melodrammatiche o fronzoli emotivi.

 

La forza del film sta nella forza delle sue idee. Ottima la fotografia di Newton Th. Sigel che contribuisce a ricreare l’ambientazione metà ’800, con un taglio di luci che denota l'ambiguità delle posizioni personali e la complessità della posta in gioco. La recitazione sicura di tutti i protagonisti garantisce credibilità e drammaticità alla storia fino alla conclusione in cui l’avvocato Eiken, al termine del processo, decide di dedicarsi al giornalismo presso l’W ashington Post, giornale che avrebbe svelato lo scandalo Watergate e nel cui film da esso tratto (Tutti gli uomini del Presidente) lo stesso Redford vestì i panni di uno dei due giornalisti.