< THE ARTIST

Un film di Michel Hazanavicius / FRA / Durata: 100min

Venerdì 21 Settembre 2012
Ore 20:45 / Ingresso riservato ai tesserati Cineforum

Media 4.34


La nostra recensione:
di Carlo Alberto Collanega
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Il miracolo di “The Artist” - un film in presa “in-diretta” sul declino, nella Hollywood sfavillante degli anni ’20, di un attore- saltimbanco, terrorizzato dal dono della parola (sugli schermi) e infine rovinato dall’avvento del sonoro - sta nell’aver conciliato nel modo più armonioso possibile due concetti che si vorrebbero quasi in antitesi, o separati da un rapporto di continuità che tuttavia non permette più di percepire senza attriti la loro relazione, vale a dire il tempo di “ieri” e quello di “oggi”.
Il film si saprebbe proporre egregiamente tanto alle platee del tempo in cui è ambientato del quanto a quelle contemporanee: è, di fatto, attendibile e godibile in ciascuna delle due epoche con cui comunica.
 
La peculiarità di quest’operazione, che si propone come caso di anacronismo cinematografico più eclatante degli ultimi tempi, non sta nel ritorno a forma e linguaggio del “muto”, ma in un’istanza di regressione ai primordi che è più radicale di quanto non si fosse esperito in precedenza.
Coraggiosamente, né trama né messa in scena sembrano far accenno agli ottant’anni di cinema successivo, ed essi non si scorgono tra luci, ombre e filtri di un bianconero ricchissimo che si carica di nebulosità da temp perdu , catturato come una farfalla rara.
E’ questo a differenziare la pellicola da altri “muti” nuovi o recenti: il semisperimentale e bellissimo “Dr. Plonk” di Rolf De Heer, del 2007, era caratterizzato dai nessi ironici con il presente. Il cineasta Hazanavicius, al contrario, ignora il 2011 e si mostra in grado di rigenerare perfettamente il “suo” ecosistema scomparso: le “sue” figure hanno la qualità sonnambolica di fantasmi filmici.
 
La recitazione non è però esagerata e filodrammatica, è sottile, e lo stile delle immagini non è elementare, il loro assemblaggio di grande finezza: la regia – europea a tutti gli effetti - sa che il cinema è ormai passato da intrattenimento ad arte, e trova così la sua propria, esatta, collocazione storica, filologica.
Per di più, lo sguardo adottato, lucido e franco, incrocia quello di Chaplin nella conciliazione perfetta di dramma e risata: infrange il muro di ipocrisia eretto attorno alla figura del divo, il cui carisma non era affatto “intramontabile”.
A poter preoccupare, piuttosto, è una pecca intrinseca ad un film destinato all’oggi, cioè il rischio di una mancanza di originalità: questo film ne riecheggia un altro che già conosciamo, vale a dire “Cantando sotto la pioggia”!
Hazanavicius riesce con maestria nel gioco di entrare in un’era trascorsa, non solo di sbirciarla, ma con il rischio di restarci intrappolato e di non avere niente da restituire all’attualità. Le ragioni del suo successo, coronato dal trionfo agli Oscar, potrebbero allora sembrare dubbie: alla lusinga di un’opera “fatta come una volta” può aver ceduto la critica, nella sua ricerca del nuovo.
Che ritrova invece nel vecchio, e dunque, in questo caso, del falso, evidentemente “d’autore”. Ma il divertimento sta proprio nel vedere questa furberia farsi virtù: il filmmaker è un bambino malizioso alle prese con il suo giocattolo: lo smonta e lo rimonta abilmente rinverdendo l’ingrediente più tradizionale.
Sa porsi, come i grandi di allora, nel punto magico a metà strada tra innocenza e simulazione: conosce ogni trucco di sempiterna giovinezza. Cosa più importante, rinnova nel pubblico la credenza nella purezza espressiva del film muto.
 
L’intensa vita interiore del personaggio di Dujardin non è resa a parole, ma solo per mezzo di stratagemmi visivi. E ci convince. Qui si arriva vicini a comprendere il vero senso del film: esso ci conferma che il cinema è un mezzo perennemente moderno, lo era già dagli albori; incanta pur privato di suoni e, in parte, di cromatismi. Il movimento, nucleo etimologico della parola “cinema”, è sufficiente, e quando viene isolato dagli altri stimoli ci permette di riflettere sull’invasività dei prodotti audiovisivi
odierni, sulla saturazione a cui vengono sottoposti i nostri sensi. “The Artist” si svolge in un’età di passaggio, e fa di quest’interregno il suo oggetto di trattazione: il tema, leggibile adesso, è la trasformazione in atto.
Si allude idealmente, cioè, al 3D che spopola nelle sale, alle nuove tecnologie di proiezione digitale: strumenti che non tolgono dignità all’esistente, ma costringono a ripensarlo, spesso in funzione (tristemente) commerciale.
Il sacrificio del cambiamento, in fondo, non deve nulla né al bene né al male, ed è astorico, universale: non sapremo mai sfiduciare la spinta innovatrice, né screditare il passato.
Il film di stasera getta un ponte tra questi due estremi: noi lo accettiamo e lo applaudiamo perché, sebbene concepito oggi, è classico.
Non è incredibile, come non lo è la nostra necessità di tornare alle origini, di immaginare un cinema “in fasce”, per tutti, sempre; e, quindi, senza età. “The Artist” è il classico per definizione.