< SISTER

Un film di Ursula Meier / Francia, Svizzera / Durata: 100min

Martedì 13 Novembre 2012
Ore 20:45 / Ingresso riservato ai tesserati Cineforum

Media 0


La nostra recensione:
di Roberto Escobar – L’Espresso
icon pdf

C'è un sopra e c'è un sotto, nel mondo di "Sister" ("L'enfant d'en haut", Francia e Svizzera, 2012, 100'). Sopra, appunto, splende il candore elegante di una stazione sciistica svizzera. Sotto vive un paese piatto e grigio, da cui parte una funivia che va su, verso le nevi. Tra questi due estremi corre il tempo di Simon (Kacey Mottet Klein). A 12 anni, il ragazzino vive con la sorella maggiore Louise (Léa Seydoux) nello squallore di un grosso condominio. Senza più i genitori - così lasciano intendere la trentenne francese Ursula Meier e i cosceneggiatori Antoine Jaccoud e Gilles Taurand - i due non avrebbero di che campare, se lui ogni giorno non salisse fino alle piste, scendendone poi carico di sci, di occhiali, di giacche a vento griffate. È un piccolo ladro, Simon. Ed è accorto. Come se il suo non fosse che un mestiere fra tanti, si aggira silenzioso in mezzo agli sciatori e svelto approfitta della loro distrazione. Poi, in attesa di portarlo al piano, nasconde quel che ha raccolto sotto la neve, o in qualche angolo dimenticato degli alberghi e dei ristoranti nei quali un esercito di stagionali provvede al benessere dei turisti. Il ragazzino ha ben poco da temere. Sono tutti così ricchi, dice, che quasi non si curano di quel che lui ruba loro.

Ben altra è la sua paura, ben altra la sua angoscia. Louise scompare per giorni, sempre con uomini che presto la lasciano. È anche per legarla a sé con il denaro, quasi per sedurla, che lui s'è fatto ladro. Ma forse, prima ancora di rubare, Simon è stato derubato: dell'affetto di una sorella, si direbbe, o di qualcosa di più grande, e di più profondo.

C'è un segreto tra Louise e Simon, un segreto che a lei pare la condizione necessaria per aspettarsi una vita sua, non più legata a quella di lui, e che per lui significa invece disamore e abbandono crudele. La sceneggiatura finisce per rivelarlo, ma solo dopo aver raccontato la durezza di quel piccolo mondo, diviso fra il grigiore basso del piano e lo splendore alto delle nevi. Quando Simon è su, fra i ricchi, non ruba solo i loro oggetti costosi, ma anche un po' della loro felicità senza paure (e senza pietà), tanto sicura quanto egoistica. Però, quando torna giù, tutto questo si capovolge in disperazione, e anzi in disperata vitalità. A 12 anni sa che, diviso fra lo splendore di chi sta sopra e lo squallore grigio di chi sta sotto, quel mondo feroce non gli concederà mai niente - non denaro, e ancor meno felicità - se non il poco o il molto che lui sarà capace di far suo rubando.