< CAVALLI

Un film di Michele Rho / ITA / Durata: 94min

Martedì 15 Gennaio 2013
Ore 20:45 / INGRESSO LIBERO

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La nostra recensione:
di Fabio Siviero
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“E’ inutile stare a raccontarci che siamo tutti uguali, ognuno sfrutta il mondo a modo suo, per arrivare suo malgrado dove gli spetta. C’è chi il coltello lo usa per uccidere e chi per affettarsi una mela. Lo stesso coltello, e tutto ciò che c’è nel mezzo, è il mondo diverso per ognuno di noi”.
 
Cavalli, il primo lungometraggio di Michele Rho, presentato alla 68° edizione della Mostra del cinema di Venezia – nella sezione Controcampo italiano - , si dipana come un film di formazione che riguarda due fratelli, diversi, quasi opposti, come Narciso e Boccadoro. Alla morte della madre (un cammeo di Asia Argento), il primo, Pietro, sceglie di lavorare al servizio di un maniscalco, il Pancia; il secondo, Alessandro, diviso tra il Pinocchio che è e l’uomo che vuole diventare, non resiste ai richiami della città e sceglie la via dell’avventura. Per sentieri diversi, da bambini- burattini, presi dai loro giochi infantili, entrambi diventeranno uomini grazie alla natura e alla vita. Nell’omonimo racconto di Pietro Grossi, presente nell’opera Pugni, i protagonisti, si muovono in un ambiente western, che il film esplicitamente cita e richiama (compreso qualche duello), ma in tutt’altro contesto geografico- naturalistico: siamo infatti sugli Appennini toscani, alla fine dell’800. La natura, sontuosamente inquadrata e fotografata, non fa da semplice sfondo alle vicende dei due fratelli, ma entra in scena come protagonista, nella figura, in particolare, dei cavalli, eterno simbolo di libertà, donati dal padre ai due fratelli e che ben presto si dimostrano l’occasione per far prendere ai due fratelli strade diverse e iniziare il loro cammino nella vita.
 
La natura si svela come occasione di riscatto, banco di prova delle proprie capacità, ma anche ostacolo da superare, valico da passere per seguire il proprio destino. Non c’è evoluzione nei personaggi perché si tratta di un’istantanea della Vita dell’uomo e delle sue condizioni onnipresenti: l’amore, il sacrificio, la lotta per emergere, la vendetta, il dolore. L’omaggio al cinema western all’italiana (Sergio Leone), fatto di inquadrature e primi piani intensi, lunghi silenzi, elementi narrativi essenziali quanto epici, permette al giovane regista di non limitarsi ad un semplice racconto storico e naturalistico, ma di mettere in scena ciò che differenzia l’uomo dalla Natura: la sua libertà di scelta. Ogni uomo è chiamato a fare le sue scelte e a prendersi le sue responsabilità. Alessandro, scorge un lupo, simbolo di forza e di solitudine, di libertà e di violenza; Pietro, un cavallo bianco, il cavallo che si fa domare e accetta la vita del branco. Entrambi i ragazzi, divenuti uomini troppo presto (“Nessuno di prenderà cura più di voi, voi vi prenderete cura di loro” ̧ dice il padre ai due fratelli, donando loro i due cavalli da domare) saranno chiamati a fare le loro scelte, ad affrontare la vita con le sue sfide. La dimensione affettiva, marcato fil rouge del film - richiamata nell’iniziale figura materna e in quella delle donne amate dai due fratelli, come pure dalla figura paterna sostituita dal maniscalco, una sorta di padre putativo, - costituisce più una rappresentazione statica, in alcuni passaggi stereotipata, dell’amore; la sua rappresentazione più emotiva e narrativamente dinamica emerge, al contrario, nell’amore indissolubile che i due fratelli nutrono reciprocamente, fino alla prova finale: la capacità di “lasciarsi andare”, ognuno per la sua strada, ognuno per il mondo diverso che gli spetta, vera e propria prova d’amore e atto finale della Storia, non dimenticando quanto detto dalla madre: “Se uno di voi si perderà, non deve disperare, la strada di casa la troverà sempre”.