< REALITY

Un film di Matteo Garrone / ITA / Durata: 115min

da Mercoledì 06 Febbraio a Sabato 09 Febbraio
Ore 20:45 / Ingresso riservato ai tesserati Cineforum

Media 2.23


La nostra recensione:
di Chiara Baron Toaldo
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Dopo il successo di Gomorra nel 2008, il regista romano Matteo Garrone torna alla macchina da presa con una pellicola in cui trama e registro cambiano rispetto all’opera precedente, ma non cambia il suo intento di presentare uno spaccato di realtà italiana contemporanea.
A partire già dal titolo, Reality, Garrone vuole far riflettere noi spettatori su quanto può diventare sottile il confine tra la realtà e la finzione, soprattutto da quando, negli ultimi anni, la prima è divenuta l’oggetto di una narrazione televisiva. Infatti Grande Fratello e reality show hanno invaso il nostro panorama televisivo, contaminando il mondo reale e determinando non poche conseguenze. La riflessione potrebbe spingersi oltre, proprio ora in cui nuove tecnologie accessibili a tutti, quali smartphone e tablet, hanno il potere di farci diventare personaggi di un nostro personale reality, e qui la domanda dovrebbe sorgere spontanea: “qual è il limite per non incorrere in una “fictionalizzazione” del reale”?
Il protagonista del film è il pescivendolo Luciano Ciotola, che nel quartiere napoletano di Barra, dagli splendidi palazzi diroccati, compie anche piccole truffe per mantenere la sua famiglia. Spinto da moglie ed amici, l’uomo partecipa ad un provino per entrare a far parte del Grande Fratello, arrivando alle selezioni finali a Cinecittà senza però venir più richiamato. Inizia qui la parabola involutiva e paranoica del protagonista che porta ad uno stravolgimento della narrazione, visibile anche dalle scelte stilistiche del regista: i primissimi piani di Luciano vogliono intenzionalmente studiare le sue reazioni interiori, portando il film ad un livello tutto interno e psicologico. Cominciano i complotti, secondo il pescivendolo, da parte dell’occhio indagatore del Grande Fratello, che si trova ovunque per spiare e giudicare i suoi comportamenti. Così finirà per rinnegare la realtà della sua vita inseguendo il sogno di affermazione e di protagonismo, prendendo alla lettera le parole che il suo modello Enzo, un ex concorrente del G.F, più volte ripete: “Non abbandonate mai i vostri sogni”.
 
Presagio di un’atmosfera di estraneazione e di sogno, quasi un richiamo all’onirismo felliniano, il magistrale inizio con la macchina da presa a volo d’uccello che scende su una carrozza a cavalli: lo spettatore è così introdotto ad un’appariscente e straniante festa di matrimonio, ricca di colori e suoni dal gusto campano. Ma ancora, oltre ai toni favolistici, Garrone non rinuncia anche in questo film ad una forte napoletanità, toccando i toni di una commedia farsesca. Sempre all’inizio del film assistiamo alla messa in scena di vere e proprie “maschere”: donne con abiti appariscenti, lo scherzoso e ancora semplice Luciano che si improvvisa donna e l’ospite d’onore Enzo, dai gesti esagerati, indossando la maschera dell’ipocrisia. Garrone lancia il suo messaggio dall’interno di una realtà tutta napoletana e per far ciò la scelta degli attori è ancora una volta fondamentale. Già in Gomorra infatti furono molti gli attori presi dalla strada e da un reale contesto di camorra.
 
In questo film per la parte principale Garrone ingaggia Aniello Arena, un detenuto per reati di camorra dall’età di 23 anni, divenuto attore della Compagnia della fortezza di Volterra; altri attori, dai gesti, volti e lingua spiccatamente napoletani, sono stati presi invece dalle compagnie dialettali campane. Garrone si è dimostrato ancora una volta un regista antropologo nel descrivere il vuoto morale e culturale che circonda la società italiana, affascinata da modelli ingannatori che possono portare ad una perdita del senso della realtà, oltre che a vivere una vita basata sull’apparire. Con una ripresa inversa a quella iniziale, la macchina da presa si allontana allora da colui che si è estraniato dalla realtà ed è rimasto, solo, in un limbo: nemmeno l’amico Michele con la sua fede riesce a far comprendere a Luciano l’importanza dell’essere piuttosto che dell’apparire.