< DETACHMENT

Un film di Tony Kaye / USA / Durata: 97min

da Mercoledì 06 Marzo a Sabato 09 Marzo
Ore 20:45 / Ingresso riservato ai tesserati Cineforum

Media 4.17


La nostra recensione:
di Marco Lubian
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“Contemplai la scena che mi si parava davanti, le squallide mura, i pallidi tronchi degli alberi decaduti. Una totale depressione dell'animo. Fu come un gelo, un naufragio, una nausea del cuore....” Bastano poche ma efficaci parole per riassumere la sensazione prevalente che emerge durante la visione di questo film. In effetti il racconto La caduta della casa degli Usher (di Edgar Allan Poe, citato a più riprese) non si riferisce solo al crollo fisico di un edificio, bensì al progressivo e tragico declino dello stato d'animo umano, sentimento che accompagna anche il protagonista, il supplente Henry Barthes, mentre ogni giorno percorre il corridoio che lo porta in classe. Lo scenario abbandonato e degradante in cui è stato trasferito è una scuola della periferia americana che sopravvive miracolosamente solo grazie ai profitti generati dalla vendita degli immobili del quartiere. Gli studenti che la frequentano sono lo specchio dell'ambiente in cui vivono: privi di una rotta, incontrollabili e quel che è peggio del tutto demotivati. D'altronde è abbastanza facile perdere la bussola nella società “liquida” moderna, dove tutto si muove e cambia rapidamente ed in cui i mass media plagiano la già fragile psiche dei giovani attraverso un vero e proprio olocausto pubblicitario che fa loro credere a tutto ed al contrario di tutto.

A rincarare la dose ci pensano i genitori che da un lato si ergono in difesa dei figli, a prescindere dalla situazione, dall'altro se ne fregano altamente del loro ruolo di primari educatori. La difficile missione viene dunque delegata alle poche ore a disposizione dei vari insegnanti che, oltre alle difficoltà sul lavoro, devono spesso affrontare una vita privata assai poco soddisfacente. Ognuno cerca di affrontare il proprio compito come meglio può: c'è chi sfrutta il proprio senso dell'umorismo per combattere con ironia la tragica situazione; chi si considera trasparente di fronte agli altri, al punto da ringraziare quando qualcuno si accorge di lui; c'è chi cerca di mostrarsi totalmente controllato, salvo poi scattare in un impeto di rabbia quando la pazienza si esaurisce. Il professor Barthes, dal canto suo, sentendo un compito minore il suo ruolo di supplente, si affida a quel distacco (detachment) che da il titolo al film, cercando di rimanere il più possibile alienato alle provocazioni degli studenti, atteggiamento espresso perfettamente nel disegno di Meredith che lo ritrae come un uomo senza volto di fronte ad una classe vuota. Si tratta, tuttavia, di un distacco che non si trasforma mai in totale indifferenza: al contempo infatti è consapevole della sua responsabilità di educatore e considera anzi un imperativo morale accompagnare i giovani nel difficile e delicato cammino che porta all'età adulta, sia dentro le mura scolastiche che nella vita di tutti i giorni, con la giovane Erica. “Ci serve almeno un appiglio che ci permetta di fronteggiare la complessità del mondo reale. Non parlo di un appiglio astratto, ma di un aiuto vero. Noi tutti, se potessimo, ci eviteremmo la battaglia per riuscire ad essere qualcosa e venir fuori dall'implacabile disagio che ci accompagna..." Il professore (interpretato da un Adrien Brody in piena forma) vede probabilmente in questa sua segreta missione l'unico modo per trovare la pace da un tragico passato di cui conosciamo ben poco se non attraverso immagini sbiadite di alcuni suoi ricordi.

Il regista Tony Kaye (autore, tra l'altro, di American History X, un altro film cult su un tema delicato) utilizza infatti il montaggio per alternare sapientemente altri espedienti narrativi paralleli alla storia principale: oltre ai già citati flashback del protagonista c'è un'intervista rivolta in prima battuta a professori realmente esistenti (la sceneggiatura stessa è scritta dall'ex- insegnante Carl Lund) e poi, per il resto del film, al professor Barthes stesso al fine di commentare, o talora anticipare, i momenti più importanti e significativi del film; questi sono a loro volta enfatizzati ulteriormente da immagini simboliche disegnate in stop-motion sopra una lavagna, sequenze spesso eccessive ed estreme. L'occhio della macchina da presa è infatti privo di qualunque filtro, tutto viene mostrato per quello che è con straordinaria poesia ed al contempo con distacco, proprio come il protagonista, ottenendo in questo modo un lucido, forse quasi cinico, ritratto della situazione della scuola americana, utilizzato però solo come pretesto per affrontare un tema ben più ampio e complesso, ossia l'importanza del ruolo educativo nella società contemporanea e, ancora più in generale, la necessità di una figura di riferimento, di un esempio da seguire nella vita di ognuno di noi. Senza di esso, quella sensazione di vuoto e di disperazione finirebbe col prendere il sopravvento, come sottolinea Ray La Montagne nel contrappunto musicale più toccante del film: Will I always feel this way ? So empty, so estranged ? (Mi sentirò sempre così ? Così vuoto, così distaccato ?).