< LA PARTE DEGLI ANGELI

Un film di Ken Loach / GB, FR, IT / Durata: 106min

da Mercoledì 03 Aprile a Sabato 06 Aprile
Ore 20:45 / Ingresso riservato ai tesserati Cineforum

Media 4.11


La nostra recensione:
di Filiberto Battistello
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A coloro che seguono anche solo da qualche tempo il nostro Cineforum non dovrebbe essere sfuggito il motivo per cui abbiamo deciso di inserire, quale “film a sorpresa”, questo ultimo lavoro di Ken Loach.
La parte degli angeli infatti è uno di quei film che molto si avvicina all’idea di cinema che da sempre condividiamo e che ci appassiona. Quel cinema cioè che riesce a coinvolgere per la sua leggerezza e sottile ironia ma che, nello stesso tempo, riesce a scuotere il pensiero attraverso storie e personaggi che molto ci dicono della realtà dei nostri giorni.
Ken Loach, regista da sempre fedele a questi tipo di cinema, con questo film, riesce per di più ancora una volta a distinguersi dal vizio di molti suoi colleghi e cioè di angustiare gli spettatori con cervellotiche e spesso pessimistiche rappresentazioni socio- esistenziali.
Loach ad un cinema autoreferenziale preferisce gli spazi aperti, le strade
laterali, le periferie, la gente comune dai volti magari un po’ strani ed inquietanti che riassumono spesso esistenze non proprio raccomandabili. Di tutto questo parla, soprattutto, l’ultima opera del regista britannico.
La parte degli angeli racconta del percorso di un gruppo di ragazzi apparentemente “sconfitti dalla vita” i quali, coinvolti in varie storie di microcriminalità, vengono assegnati ai lavori socialmente utili evitando le patrie galere.
Ma il film si concentra in particolare su uno di loro, Robbie. Figlio di genitori che a loro volta conoscono il carcere, un’adolescenza da senzatetto, drogato e piccolo delinquente con una certa tendenza a menare spesso le mani. Tutto sembra condannare Robbie, agli occhi del mondo ma anche di se stesso, ad un destino da perdente e da nullità. Robbie infatti non viene raffigurato come vittima designata di una società crudele; è un personaggio che sceglie consapevolmente di delinquere, naturalmente portato alla violenza e senza far nulla per cambiare la sua situazione.
Il figlio che Robbie e la compagna aspettano è la chiave narrativa per innescare il momento del riscatto. Contro tutti – la famiglia, la società – i due giovani decidono di tenere il bambino e cercano di migliorare la propria vita. Il desiderio di cambiare, però, non lo porterebbe da nessuna parte se non trovasse qualcuno disposto a guardarlo in modo diverso, a dargli una possibilità.
Si tratta prima di tutto di Harrry, l’addetto ai servizi sociali a cui viene affidato per 300 ore di lavoro insieme ad altri sbandati come lui. Un uomo che, lo intuiamo, è tutto fuorchè perfetto e ha a sua volta una storia dolorosa alle spalle, ma che guarda i ragazzi con amore e rispetto.
Harry farà scoprire a Robbie una passione e un talento: il whisky e la capacità di gustarlo e riconoscerlo.
Una bevanda che ha bisogno di tempo per farsi e di rispetto per essere apprezzata e che diventa un po’ anche una scuola di maturazione per Robbie e i suoi tre stralunati amici. E pazienza se poi il quartetto trova un modo non proprio legale per sfruttare questa passione Lo stile sobrio tipico di Loach e la sua consuetudine di scegliere attori alle prime armi, se non presi direttamente dalla strada, danno un tocco di realismo al film coinvolgendo lo spettatore nella girandola di risse, bevute e avventure per le strade di Glasgow. Si sorride e ci si appassiona, davanti a un film che tocca tutte le corde e che vuole essere ottimista senza rinunciare alla profondità dell’analisi e alla violenza e senza cadere nella retorica. La tesi di fondo del regista è sempre quella: l’amicizia, l’amore, il rispetto e la dignità sono certamente valori eterni ma non scontati. Essi vanno coltivati, meritati.