< IL GRANDE GATSBY

Un film di Baz Luhrmann / Australia, USA / Durata: 142min

da Mercoledì 02 Ottobre a Sabato 05 Ottobre
Ore 20:45 / Ingresso riservato ai tesserati Cineforum

Media 3.72


La nostra recensione:
di Gianstefano Messuri
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Tratto dal celebre romanzo riconosciuto (pur tardivamente) come una delle più grandi storie americane, Gatsby non è solo un personaggio memorabile ma anche (e soprattutto) un luogo, universo intero della fragilità della natura umana, del sentimento del tempo, di un periodo ben preciso della storia degli Stati Uniti. “E’ un luogo viziato dalla vergogna di appartenere a una famiglia che si crede di ostacolo alle proprie aspirazioni, dall’idea che il sogno possa essere distrutto dalla mancanza di soldi e dunque ogni mezzo sia lecito per farne, affinché il senso di inadeguatezza non porti il sogno a sbriciolarsi in frammenti minuti (...)” (F. Cavagnoli, in Il sogno non torna, Milano 2011).

 

Nei film tratti da opere letterarie il rapporto (o il confronto) con il romanzo spesso diventa un fardello. Qui invece l’opera narrativa, di struttura impeccabile, contiene già in sé un linguaggio cinematografico, una quasi-sceneggiatura. Fitzgerald lavora per sottrazione e sa padroneggiare la tecnica del montaggio cinematografico; mostra invece di descrivere e racconta il personaggio tramite il dialogo, punteggiando la scena di dettagli. Seguendo questa impostazione Luhrmann mantiene una buona aderenza al testo letterario e coglie appieno lo spirito dello scrittore, rendendo esattamente l’idea del “mito” Gatsby, cioè una figura idealizzata dal narratore Nick (perché in realtà Gatsby non esiste come Grande, se non nella rappresentazione di Nick). Ecco quindi che la figura-mito di Gatsby è introdotta progressivamente, mentre procede la narrazione. Come nel romanzo, il film restituisce la tensione che si crea nell’attesa del protagonista; si sente parlare di lui, ma non si vede lui (“... chi è questo Gatsby?” ... “Dov’è?” ... “Gatsby non esiste” ...); nella primissima parte rimane una presenza misteriosa, solo evocata o “descritta”. Quando Gatsby entra in scena, sembra di assistere al trailer del film nel film: a un gigantesco spot volutamente enfatizzato con la classica tecnica del ralenti, che dilata il tempo e sembra ricompensare lo spettatore della (lunga) attesa. Ecco perché, quando leva il calice, Gatsby guarda in macchina: in quel momento è allo spettatore che brinda, non a Nick. Enfasi ironica e scherzosa ma anche evidente dichiarazione confessoria del film: il suo essere hollowoodyano nel senso proprio del termine. E’ lo star system che parla per immagini, e ci avvisa che il divo è l’oggetto del desiderio e la figura centrale del film. Ma c’è un altro (falso) mito. Come Jay per Nick anche Daisy non esiste se non attraverso la costruzione idealizzata che Jay appunto si costruisce e si rappresenta, nel desiderio di averla con sé. Non riesce a vedere la mediocrità della donna (molto azzeccata la scelta attoriale della bellezza dimessa di Carey Mulligan, in luogo di una scontata “bellissima”) e la immagina come non è: la creatura (da sempre) amata, pronta a seguirlo ovunque. Gatsby pretenderebbe di “congelare” il tempo servito a trasformarsi in qualcosa di diverso e di “degno” del suo sogno ma soprattutto non vuole ammettere “una verità elementare che, se accettata, consente di diventare adulti: il passato non torna” (F. Cavagnoli, cit.). Ma Daisy, forse, è solo il pretesto che Gatsby coglie per trasformarsi. “(...) Sapendo che non avrebbe avuto la donna se non da ricco, una volta ottenuti i mezzi, ha costruito un mondo di apparenze plasmandolo a immagine e somiglianza della Daisy reale; si è consacrato alle velleità di una classe, (...) a una mondanità fasulla alla quale non crede, solo per attirarla in quel mondo e averla di nuovo. Lui vuole il Sogno, ma usa una strategia realistica per ottenerlo. Per questo il suo disegno è destinato al fallimento” (L. Pacilio, 2013).

 

Luhrmann dirige la materia a modo suo, muovendosi sapientemente dalla commedia al registro (melo)drammatico (il sussurro del Gatsby morente ci riporta a Rosebud con il castello e tutto il resto); strepitose (quasi spudorate) la scenografia e la fotografia che ci riportano ad una grandeur dimenticata; ampio uso di grafica computerizzata (cifra stilistica del regista, ricordate Moulin Rouge?) e virtuosismi di macchina da presa. Così è rappresentato l’eccesso di un mondo che di lì a poco sarebbe crollato con la grande crisi del ’29 e che pure, volutamente, presenta un parallelismo contemporaneo,nel contrasto tra l’avidità artificiosa della ricchezza, e l’umanità miserabile dei personaggi, tra lo sfarzo dei palazzi e il degrado della discarica di carbone. Anche la colonna sonora porta in questa direzione con la sapiente scelta di standard contemporanei ma hip-hop (Jay Z, Kanye West), cioè musica nera, come lo era prevalentemente quella di allora. Così Luhrmann ha saputo realizzare e re-inventare, ancora una volta, il sogno di Hollywood.