< CONFESSIONS

Un film di Tetsuya Nakashima / Giapponese / Durata: 106min

Lunedì 24 Marzo 2014
Ore 20:45 / Ingresso riservato ai tesserati Cineforum

Media 3.81


La nostra recensione:
di Gian Stefano Messuri
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1997. Un quattordicenne studente di scuola media, poi definito il «mostro di Kobe», terrorizza la città e il Giappone: uccide a martellate una bimba di dieci anni e strangola un bimbo di undici, che poi decapita esponendone la testa davanti al cancello di una scuola.

2001. Uno squilibrato di trentasette anni penetra indisturbato in una scuola elementare di Osaka pugnalando a morte otto bimbi di prima e seconda elementare.

2003. A Nagasaki, un ragazzo undici anni confessa di aver ucciso, dopo aver cercato di violentarlo, un bimbo di quattro anni buttandolo dalla terrazza di un posteggio multipiano.

2004. Una ragazza di undici anni uccide con un taglierino una compagna di classe di dodici, convocata per l’esecuzione in un’aula deserta durante la pausa di refezione; poi, tutta insanguinata e con l’arma del delitto in mano, torna tra i compagni e gli insegnanti.

Questi sono alcuni fatti di cronaca. E non sappiamo se Tetsuya Nakashima, e prima lui Kanae Minato, autrice del romanzo che ispira il film, abbiano voluto raccontare la realtà. E’ molto probabile. Le ferite sono ancora aperte nell’anima del Giappone come lo sono negli Stati Uniti per le vicende del Virginia Tech, o di Columbine. Ma qui lo sguardo è diverso. Confessions mette in scena, senza mezze misure, il fallimento delle istituzioni educative e della famiglia, il malessere profondo che permea una società atrofizzata e competitiva, e un mondo adulto del tutto inadeguato nel rapporto genitori-figli. Lo fa con uno sguardo spietato e gelido, lucido e onirico. Non esiste più la purezza lattea nell’animo dei giovani (sporcata dal latte infetto dell’indifferenza); ragazzi dilaniati da un individualismo feroce, apatici e annoiati nei rapporti interpersonali, che punteggiano dialoghi via sms con insulsi “emoticons”, unità di misura di relazioni inesistenti. Il disprezzo per ogni forma di rispetto (compreso quello verso di sé, e per la propria vita) è evidente fin dall’esordio, alunni vocianti, sprezzanti, disinteressati e refrattari ad ogni sentire “altro”.

Qualcuno si chiede: ma è veramente importante la vita di tutti ? Proprio di tutti ? Nella domanda sta la cifra emotiva del vuoto che li circonda, e che in realtà è solo disperato desideriobisogno di attenzione. Stride il gesso sulla lavagna mentre l’insegnante traccia l’ideogramma “vita”: parte la prima confessione. Trenta minuti iniziali che tolgono il fiato. Il film procede secondo il punto di vista dei vari protagonisti che si passano un ideale testimone, da una confessione all’altra. Un unico monologo, fino all’esplosione finale. La struttura narrativa può evocare Rashomon di Kurosawa e a tratti Elephant, di Gus Van Sant (i corridoi vuoti, evidentemente simbolici, ne costituiscono a mio avviso una chiara citazione). La regia è strabiliante, estrema nella cura e nell’eleganza formale; ogni inquadratura limpida e ordinata nei minimi dettagli. La fotografia grigia e “cobalto” è gelida, opprimente, e ci accompagna nel malessere esistenziale, negli ambienti, nelle relazioni asfittiche e soffocanti che il racconto scioglie e allo stesso tempo fa convergere.

L’utilizzo della ripresa con il carrello ci disorienta, le inquadrature, “a piombo”, dall’alto provocano un senso di schiacciamento che ci spinge a cercare aria.Magnifica la colonna sonora che accosta Bach ai Radiohead. E una nota a parte merita l’uso magistrale del ralenty, strumento narrativo non replicabile fuori dal linguaggio del “cinema”. Se da un lato Nakashima se ne serve (anche) in modo classico, cioè per enfatizzare, evidenziare e amplificare alcune sequenze chiave, per altro verso l’uso insistito di questa punteggiatura, lungi dall’inflazionarne il significato, accentua la sensazione di paralisi che permea tutto il film. Fino all’esplosione finale, in reverse, che chiude il cerchio e ci (ri)porta ad un altro tema tipico del cinema orientale (dichiarazione iniziale del film): la vendetta. La professoressa Moriguchi è più feroce della Sposa di Tarantino e forse anche di Old Boy o di Lady Vendetta. La sua vendetta è una beffa atroce, ma è anche la condanna definitiva a una vita senza amore, e chiude per sempre l’unico spiraglio di luce appena aperto.