< CLASS ENEMY

Un film di Rok Bicek / SLO / Durata: 112min

da Mercoledì 26 Novembre a Sabato 29 Novembre
Ore 20:45 / Ingresso riservato ai tesserati Cineforum

Media 3.79


La nostra recensione:
di Chiara Baron Toaldo
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Lo scorso anno, durante il 70° Festival del Cinema di Venezia, i presenti in Sala Darsena hanno applaudito unanimemen- te un giovane regista e il suo cast per il loro impegno e bravura. Si trattava del ventinovenne regista sloveno Rok Biček e dei giovani interpreti del film Class Enemy. Il regista è sbarcato a Venezia per presentare il suo primo lungometraggio selezionato per la Settimana internazionale della critica.
La storia del film si basa sui fatti realmente accaduti quando il regista frequentava la prima liceo.
Da un tragico avvenimento che ha coinvolto, o meglio dire sconvolto, una classe di terza, ne è scaturita una ribellione degli alunni contro il sistema scolastico, sempre più personificato da un professore appena arrivato che utilizzava un rigido metodo d’insegnamento.
Approfondendo la sua ricerca sull’evento di allora, il regista ha scoperto molte relazioni e tensioni fra i protagonisti della vicenda. Ciò gli è servito da quadro per la storia e come base per la maggior parte delle scene del film. È un film dunque basato su un fatto reale.
 
Da qui la scelta di un cast anch’esso il più possibile corrispondente al vero, composto da attori professionisti e non. Solo cinque sono infatti gli attori esperti, tutti nelle vesti di professori, tra cui spicca la star del cinema sloveno Igor Samobor nel ruolo del nuovo docente di tedesco Robert Zupan. I nove alunni, che rappresentano il profilo dell’intera classe, sono stati ricercati dal regista e da due assistenti in varie scuole slovene. L’approccio del regista è stato quello di delineare precedentemente il carattere dei personaggi e ricercare attori ad essi corrispondenti. La ragazza che interpre- ta Sabine, ad esempio, non è stata una volontaria, perché, come afferma il regista in un’intervista, durante le ricerche era troppo timida per alzare la mano. Così è stato egli stesso ad offrirle il ruolo. Tutti i ragazzi hanno dovuto quindi solamente interpretare se stessi. L’approccio si è dimostrato vincente. 
Il film, fatta eccezione per una scena, si svolge interamente al chiuso dell’istituto scolastico, che diventa il microcosmo della società: l‘evento tragico è il momento che scatena gli eventi, che poi trascendono i confini della scuola e riflettono il clima generale della società. La ribellione degli studenti contro il sistema scolastico è un riflesso dell’insoddisfazione per la società che coglie qualunque occasione, giustificata o meno, per ribellarsi alle norme sociali generalmente consolidate. Solo una persona esterna può vederla con più chiarezza. Perciò l’alunno cinese afferma: “Sloveni, se non uccidete voi stessi, uccidete gli altri”, riassumendo la frustrazione della popolazione.
Class Enemy tocca più argomenti, ai quali noi spettatori, come gli alunni, siamo chiamati ad interrogarci.
È principalmente una storia di un lutto: come ci poniamo noi di fronte alla perdita di speranza nella vita, ad una estrema sensibilità? È altrettanto una storia di mancanza: dei genitori, di sicurezze. Pensiamo a Luka e alla perdita recente della madre o a cosa significhi non conoscere i propri genitori. Cosa dire poi del professore di tedesco? Anche noi lo definiremmo un nazista? Eppure, oltre a ricercare nella cultura una risposta a ciò che è successo e a farlo attraverso Thomas Mann, intellettuale che si ribellò al nazismo, il professore stesso afferma il suo distacco dall’ideologia. Cosa accade quando anch’egli indossa la maschera? 
Il pubblico viene lasciato senza risposta, proprio come gli studenti. Questo film ha potuto offrire una preziosa opportunità di dialogo.
Ed è per ciò che Class Enemy ha riscontrato un gran successo nel suo Paese, soprattutto nelle scuole, dando vita a molte discussioni tra alunni ed insegnanti, sul sistema scolastico ed educativo e sui valori della società slovena. Ha suscitato un confronto fra generazioni, quasi a scopo terapeutico, secondo le parole del regista, incredulo di fronte a questo successo. 
 
Allo stesso tempo però, come ha affermato Biček in un’intervista, egli non era intenzionato a fare un film sul problema educativo, ma l’obiettivo principale era raccontare come una tragedia personale possa innescare qualcosa d’altro, fino a diventare una tragedia sociale.
Come ogni film, sono poi gli spettatori e la loro sensibilità a ricavare spunti e argomenti apparentemente secondari.
Il messaggio che il regista ci lancia è quello che non esiste un bianco o un nero, il male ed il bene spesso sono legati. Le emozioni, sempre più accese nel film, coinvolgono tutti: studenti, professori e genitori.
Come altri film che trattano la tematica della scuola, quali, per citarne alcuni, L’onda di Gansel, Monsieur Lazhar di Falardeau, Detachment di Kaye, Class Enemy si pone sia dal punto di vista degli adolescenti, con i loro slanci e contraddizioni, sia dal punto di vista dei professori, alla ricerca del metodo educativo più adatto o, alcune volte, meno doloroso.
Biček lo fa con una gran delicatezza, che non sfocia mai nel banale, svelando pian piano i personaggi, la loro psicologia e la loro storia.