< GRAND BUDAPEST HOTEL

Un film di Wes Anderson / USA / Durata: 100min

da Mercoledì 21 Gennaio a Sabato 24 Gennaio
Ore 20:45 / Ingresso riservato ai tesserati Cineforum

Media 3.61


La nostra recensione:
di Gian Stefano Messuri
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Gran Premio della Giuria a Berlino 2014, Golden Globe 2015, e 9 nomination agli Oscar 2015.
Riconoscimenti meritatissimi per il capolavoro di Wes Anderson, ma non per questo abbiamo scelto di proporvi il film. É molto raro, nella cinematografia contemporanea, incontrare una storia che sappia essere al contempo una vera e propria “esperienza” visiva e sogno a occhi aperti; surreale e delicata ma anche capace di parlarci della realtà tramite quanto di meno realistico si possa ideare. Una premessa di carattere letterario, anzi due. Il film è dedicato a Stefan Zweig, autore austriaco molto noto negli anni venti e trenta, convinto pacifista, che nel 1933 vide bruciare le sue opere dal fanatismo nazista (sue le battute iniziali dello “Scrittore da Vecchio”).
A lui il regista dichiara apertamente di ispirarsi per questo viaggio immaginario e - seconda premessa - vince la difficile sfida di ogni opera di narrazione: quella che il poeta e critico inglese Samuel Taylor Coleridge (1772-1834) definiva la “sospensione volontaria dell’incredulità” del lettore (per noi spettatore) il quale sospende volontariamente la sua incredulità razionale, immergendosi completamente nel mondo fantastico di una storia, purché (ecco la sfida) questa rispetti le regole interne di coerenza e credibilità. Sta lì la magia del racconto, della scrittura e del cinema.
 
T ale “immersione” è un piccolo miracolo della mente umana e qui Wes Anderson dimostra una maestria straordinaria. Ecco perché tutto funziona: «anche la scena più inverosimile, più azzardata, è inserita così perfettamente nella trama attraverso una perfetta scrittura di dialoghi e un’attenta scelta di montaggio da apparire verosimile o comunque così assurdamente geniale da non poter far altro che ridere e applaudire».
Grand Budapest Hotel è la “summa” del cinema di Wes Anderson, uno dei pochissimi artisti riconoscibili da un’inquadratura, da una smorfia o dal colore con cui dipinge una scena.
Una grandiosa e raffinatissima architettura registica, fatta di milioni di dettagli meticolosamente studiati e calcolati. Nulla è lasciato al caso, ogni inquadratura è al contempo una splendida fotografia statica che potrebbe benissimo stare a sé, e dimostra la cura maniacale del regista per la simmetria, le geometrie fisse, i movimenti di macchina ortogonali. E ancora, la frontalità dei corpi nelle inquadrature, le carrellate calcolate al millimetro, con traiettorie precise, pulite: in una parola, la perfezione, o se vogliamo l’idea di Cinema precisa, elegante e compiuta di questo regista. E poi i colori.
Da quelli sgargianti ai delicati pastelli che ci portano nel sogno, i fondali dipinti, talmente “simulati” da apparire quadro o fumetto ma anche più veri del vero e capaci di regalarci una sensazione di bellezza e di benessere quasi fisico. Questo giovane genio texano, colto, sensibile e raffinato, ci regala (anche) una lezione di cinema. Da Lubitsch a Wilder, passando per Chaplin, percorre circa cinquant’anni di storia, a cavallo delle due guerre mondiali, facendoci rivivere quelle epoche del cinema, a partire dal “formato” dell’immagine.
Non si tratta solo di una raffinata scelta tecnico-estetica ma rappresenta una precisa indicazione di senso. Il formato della proiezione cambia tre volte,a seconda dei piani temporali: si inizia con quello quadrato, proprio del film muto del cinema classico, a volte con immagini accelerate, come nelle vecchie comiche (memorabile la sequenza dell’insegui- mento sulla neve); c’è l’uso dell’anima- zione a passo uno, dalla fantastica cremagliera che porta all’Hotel (quasi a segnarne la distanza dal mondo), alle fumettistiche funivie che fanno salire i personaggi sulle vette, fino a giungere al formato di oggi.
 
C’è tutto: dalla commedia al noir, al romanzo d’avventura. Paradossalmente, mi verrebbe da dire che il cinema di Anderson è il più ortodosso che si possa immaginare, sul versante della forma ecnica,ma al contempo impossibile da classificare proprio perché libero nella scrittura, capace e consapevole di potersi privare delle regole.
Non è soltanto forma, intendiamoci, c’è anche la sostanza. E parecchia.
Con il pretesto di una storia classica (in fondo si tratta di un “giallo”, con tanto di delitto e furto di un’opera d’arte, colpi di scena e fughe rocambolesche, in un’immaginaria repubblica dell’est europeo) Anderson ci porta nel Grand Budapest Hotel con le sue mille stanze e gli innumerevoli personaggi. L’hotel del titolo è anche allegoria del Grand Hotel di questo mondo, o della nostra epoca, con le sue stanze popolate da individui strani o privi di scrupoli che riflettono vizi e virtù dell’animo umano. I richiami alla realtà sono chiari, dall’immigrazione al razzismo, dall’arroganza del potere al dramma delle frontiere che per troppo tempo hanno impresso dolore e lutti in tutta Europa.
Il cast è stellare: Ralfh Fiennes-Gustave H. in stato di grazia, e perfettamente a suo agio in un ruolo brillante, affiancato dall’esordiente Tony Revolory-Lobby Boy-garzoncello, icona dell’immigrato con un volto che può benissimo essere sudamericano, arabo o ebreo al contempo, e poi una grandinata di star hollywoodiane, capaci di dare il massimo anche in piccoli ruoli. Tutti sopra la giostra visionaria di questa opera d’arte della quale – a prima vista - qualcosa sfugge. Ecco perché alla fine del film viene subito voglia di ricominciare da capo.