< IL SALE DELLA TERRA

Un film di Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado / FRA / Durata: 110min

da Mercoledì 18 Marzo a Sabato 21 Marzo
Ore 20:45 / Ingresso riservato ai tesserati Cineforum

Media 4.21


La nostra recensione:
di Gian Stefano Messuri
icon pdf
Il sale dà sapore ai cibi. Li conserva anche. Per questo motivo fin dai tempi antichi è diventato il simbolo della “sapienza”.
Il sale della terra è un’espressione che suona familiare ai credenti; la pronuncia Gesù nel Vangelo di Matteo, non a caso rivolto agli apostoli, gente semplice; ma prima ancora la troviamo nelle parole dei rabbini d’Israele, riferita alla Toràh (la Legge santa data da Dio al suo popolo) indicata come il sale, senza il quale il mondo non può stare.
Qui, Il sale della terra è l’uomo mentre distrugge sé stesso, i suoi simili e tutto ciò che lo circonda. Più ancora è il modo n cui l’uomo crea e distrugge, è la storia spietata della sopraffazione, scritta dalle “regole” dell’economia. È la moltitudine delle genti, le esistenze nell’ombra, i gradini più bassi, l’iniquità del mondo. Ma è anche un omaggio allo splendore del pianeta e una speranza, tenacemen- te riposta nel piccolo seme da cui nasceranno alberi, per i secoli a venire. Salgado è soprattutto un viaggiatore- testimone del nostro tempo; il suo sguardo circoscrive e descrive il “settore” antropologico e sociale del mondo, ma non si limita alla ripresa.
I suoi percorsi richiedono anni, non giorni, settimane o mesi, perché lui, prima di scattare, deve conoscere quella porzione di mondo e vivere - in prima persona, sulla sua pelle - quello che va a raccontare con la luce.
Deve osservare da vicino, scavare nelle parti più nascoste e dimenticate del mondo; deve diventare un cercatore tra i cercatori d’oro brasiliani, calandosi nel fango e nel sudore delle miniere a cielo aperto; deve seguire il popolo in fuga dal genocidio e diventare lui stesso fuggiasco. Ecco perché le sue foto sono un pugno allo stomaco, al contempo meraviglia e terrore.
 
Il suo lavoro testimonia una conoscenza precisissima e attenta dei luoghi e delle persone. Solo così la fotografia diventa mezzo di informazione e di provocazio- ne, prima ancora che espressione artisti- ca. Dalle foreste tropicali dell'Amazzonia al Congo; dal genocidio del Rwanda a quello dei Balcani; dall'Indonesia alla Nuova Guinea, attraversando i ghiacciai dell'Antartide e i deserti dell'Africa, scalando le montagne dell'America, del Cile e della Siberia, fino ai pozzi di petrolio incendiati nel Kuwait.
Salgado ha percorso i fatti più sconvol- genti della storia contemporanea del mondo, i conflitti internazionali, le carestie e le migrazioni di massa; ha consegnato alla Storia quelle storie che il mondo avrebbe ignorato, o continuato a ignorare. È il percorso esistenziale a dare il senso e lo spessore a ogni singolo fotogramma. Un percorso pagato a caro prezzo, tanto da costringerlo a fermarsi, saturo di testimoniare disperazione e non più in grado di riconoscersi in quella che era la sua fede nell’uomo.
Solo l’incontro con la natura (nell’ultimo monumentale lavoro Genesis, grandioso omaggio alla bellezza del pianeta) e il gigantesco progetto del rimboschimento della sua tenuta in Brasile riusciranno a “guarirlo” e a fargli ritrovare la pace.
 
l film parla più dell’uomo che del fotografo; per questo sono quasi assenti i riferimenti alla tecnica di ripresa, sviluppo e stampa che meriterebbero invece un racconto a parte.
Il bianco e nero è una precisa scelta artistica. Bianco e nero significa rimuovere l’effetto distraente del colore e lasciare spazio all’immaginazione. Significa enfatizzare tutti gli aspetti grafici dell’immagine: la forma e i contorni, il volume e la tridimensionalità, la trama e le ripetizioni “ritmiche” di ciò che è ritratto. Il bianco e nero è più difficile del colore perché tutto diventa gradazione di grigio; quindi non ha più importanza quale colore abbia una superficie ma come essa contrasta o sfuma con altre gradazioni di grigio.
È esattamente questo il segreto del b/n: il contrasto tra le zone di luce e di ombra. Dietro alla figura di Salgado, c’è la presenza,discreta (verrebbe da dire fuori campo) di Wenders (lui stesso abile fotografo) che sembra farsi da parte fino ad abdicare al ruolo di regista.
Non è così. Con questo lavoro W enders sembra mutare la sua sfiducia sulla capacità dell’immagine (filtrata dall’occhio umano) di ritrarre il mondo; a vent’anni dal capolavoro Lisbon Story (anche lì, per inciso, l’immagine pura era in b/n) sembra cioè chiudere il cerchio e dare nuovo credito alla “vita” vista da un apparecchio e cioè alle immagini pensate e scritte con la luce.
Ho avuto la fortuna di vedere, dal vivo, molte delle foto che appaiono nel film e non riesco a descrivere l’emozione:
pari solo a quella che ti prende di fronte alle immagini di Mario Giacomelli, Cartier-Bresson o Ansel Adams. Quest’ultimo, poco prima di andarsene, scrisse così: «Quando le parole diventeranno sfocate, userò le fotografie. Quando le immagini saranno insuffi- cienti, mi accontenterò del silenzio». Ecco, questo è un film da guardare in silenzio.