< NESSUNO SI SALVA DA SOLO

Un film di Sergio Castellitto / ITA / Durata: 100min

da Mercoledì 14 Ottobre a Sabato 17 Ottobre
Ore 20:45 / Ingresso riservato ai tesserati Cineforum

Media 3.29


La nostra recensione:
di Filiberto Battistello
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Sergio Castellitto torna sugli schermi con una nuova trasposizione cinematografi- ca di un romanzo della moglie Margaret Mazzantini. Dopo Non ti muovere e Venuto al mondo la scrittrice ancora una volta cura in prima persona la sceneggiatura del film aggiungendo, per altro, particolari inediti e mutando addirittura il finale raccontato nel libro.
Con Nessuno si salva da solo, il regista indaga ancora sulle complesse dinami- che di una relazione d’amore – tema come sempre caro alla Mazzantini – ma questa volta si narra di una relazione ormai dolorosamente consumata, che fa i conti con un passato denso di tormenti e rancori. 
Due coniugi separati, Delia e Gaetano (ottimamente interpretati da Jasmine Trinca e Riccardo Scamarcio), si incontrano a cena in un ristorante: niente di romantico, devono solo parlare dell’or- ganizzazione delle vacanze dei loro due figli. Si capisce subito però che quell’ incontro serve ai due protagonisti per compiere un viaggio a ritroso nelle ma- cerie del loro passato. Se la cena si configura come la colonna portante del film lo scorrere di continui flashback ci rivelano tanto le gioie e le passioni quan- to le delusioni e le ferite di un incontro ormai avviato (forse) verso la fine.
Un film nel film, come spiega lo stesso regista: “da una parte il presente con i due protagonisti che si fronteggiano al tavolo di un ristorante, dall’altra parte il passato che emerge violento e impetuo- so”. Il presente è rabbia, risentimento e voglia di umiliare l’altro ferendolo nelle sue debolezze (Delia dà più volte a Gaetano del fallito e lui della puttana ). Il passato è slancio, eccitazione e pas- sione travolgente. Il presente è il distacco, la calma apparente di quelle luci soffuse al ristorante.
Il racconto della delicata vicenda umana di Delia e Gaetano, articolato in questa costante altalena fra passato e presente, è condotto cinematograficamente in modo lineare, onesto e senza fronzoli. Il regista dimostra ottime qualità sia nella giusta dinamicità delle riprese che nell’ uso sapiente dei campi e controcampi nei dialoghi al ristorante dove riesce ad esaltare al meglio l’espressività degli sguardi e la comunicazione non verbale fra i due. La sceneggiatura fa sentire il suo peso e il suo valore in ogni attimo del film. Indubbiamente il doppio sguar- do maschile e femminile di Castellitto e Mazzantini si rivela funzionale alla storia raccontata dal film regalando un ritratto preciso e plausibile tanto dei personaggi che del rapporto di coppia.
 
Sergio Castellitto si misura con i drammi di due personaggi inseriti nella realtà più normale, più vera, in un film che lui stesso ha definito come politico perché in fondo raccontare una storia d’amore dal suo inizio alla sua fine è come parla- re della contemporaneità. O per meglio dire: raccontare il passaggio inevitabile ed impetuoso fra l’amore che “strappa i capelli” a suon di scopate selvagge a quello che deve sopravvivere alla realtà che cambia ogni giorno in peggio, ai conti, ai figli che crescono e al peso di nuove responsabilità. In questa direzio- ne il regista riesce a tracciare in tutta la sua complessità una sorta di autobio- grafia sentimentale di una generazione.
La cosiddetta «generazione dei calcinacci»: cresciuta tra il crollo del muro di Berlino e quello delle Torri Gemelle. Una generazione che forse non ha avuto le possibilità per costruire ma ugualmente piena di sogni e di desideri. Salvo poi doversi amaramente rendere conto di non essere per niente speciali, anzi, di rischiare di somigliare spaventosamente ai propri genitori, dai quali si voleva in ogni senso allontanare. 
Nessuno si salva da solo, in fondo, narra una storia che non ha nulla di eclatante ma proprio per questo ha un sapore così comune e famigliare che favorisce l’identificazione del pubblico.
 
Sappiamo come, soprattutto al cinema, non sia poi così facile e scontato raccon- tare la normale quotidianità di una coppia e delle sue crisi senza cadere nella solita retorica dei sentimenti e dei buoni propositi . Inoltre, a mio avviso, uno dei grandi meriti del regista è quello di aver saputo coniugare la drammaticità di questi squarci di vita a quel sottile filo di ironia che spesso un po’ tutti ci dimentichiamo di avere. Ecco allora che il finale aperto del film, con quel lieve sorriso che riesce a strapparci, ci induce ad aggrapparci ad un filo di speranza. Per loro due ma forse anche per noi stessi. Per questo il regista lascia ad ognuno di noi spettatori la possibilità di scrivere l’ultima riga di questo racconto. Così come il poeta Vecchioni il quale,quasi come uno spettatore dentro il film, dopo aver osservato ed ascoltato i due protagonisti per tutta la cena cerca alla fine di restituire quel poco di speran- za che sembrava ormai smarrita.
Da sottolineare, per concludere, la piacevolissima colonna sonora ricca di artisti di tutto rispetto e che rispecchia una certa sensibilità musicale del regista. Leonard Cohen, Tom Waits, Radiohead e via dicendo ci accompa- gnano lungo i ricordi di questa storia martoriata, toccando le giuste corde al momento giusto. Come nel finale impreziosito da La sera dei miracoli, una canzone scritta d'estate dal grande Lucio Dalla, dopo aver vissuto una delle notti di fuoco di Roma.