< FORZA MAGGIORE

Un film di Ruben Östlund / Svezia, Norvegia / Durata: 120min

Martedì 24 Novembre 2015
Ore 20:45 / Biglietto unico 2.00 € / Ingresso gratuito per Soci Cineforum G.Verdi

Media 3.17


La nostra recensione:
di Carlo Alberto Collanega
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Il titolo originale del film, “Turist”, sembra decisamente promettere altro rispetto alle “forze” che il titolo internazionale evoca e pretende si manifestino non come contenuto latente ma esplicito dell’opera. 
Forse l’immagine del turista si accorda di più con la natura (solo apparentemente) dimessa di quello che si propone come un piccolo, sottile spettacolino in diretta su alcune vite dagli aspetti comunissimi, così come perfet- tamente ordinaria è anche la situazione in cui esse sono calate: è in occasione di una va- canza sugli sci che incontriamo una famiglia i cui equilibri sono destinati a cambiare per effetto di un incidente che non avviene, ma che cambia il verso alla lettura che ciascuno dei personaggi fa dell’altro e di se stesso. E’ difatti indice di anomalia il fatto che, di fronte a quella che si prefigura come una slavina in arrivo sulla terrazza dell’hotel, il padre - anziché fare da scudo ai cari e specialmente ai pargoli - d’istinto se ne fugga mettendo in salvo anzitutto il cellulare!
Ciò instilla nella di lui consorte una serie di dubbi e innesca ruminazioni che sfociano in una vera e propria crisi. Di fatto, volendo eccettuare l’incidente iniziale in esterni, il film potrebbe essere un dramma da camera le cui esigenze narrative in un certo senso contra- stano con le potenzialità “scopiche” di uno scenario maestoso com’è quello delle Alpi. Anche in questo caso, è questione d’appa- renza, in quanto il panorama montano, corre- lativo oggettivo di impressioni assolute e abissali, diventa componente espressiva importante di un ennesimo ma freschissimo tour (giocosamente) esistenzialista nell’insi- gnificanza ontologica.
A parte il ridimensionarsi e il perdersi delle figure nel paesaggio silente, un utile contributo scenografico, ausiliario del côté simbolico, è dato dall’albergo ipertecno- logico, spersonalizzante e paradossalmente ansiogeno, confondibile senza sforzo con un bagno penale di lusso nel quale gli ospiti non sanno di essere in realtà rinchiusi. Ma nel quale si riconoscono, a dispetto delle sue qualità alienanti (accentuate di notte dal passaggio degli spazzaneve e dal geniale inserirsi di un... “drone”), al punto da lasciarsi trascinare verso l’uscita alle piste da nastri trasportatori, come merci in via di spedizione. Si vede bene come il regista abbia nel mirino l’estrema, irredimibile ottusità del comporta- mento umano, degno di essere irriso proprio quando esige di appoggiarsi a quanto dà per certo, e segnatamente a quelle nostre tipiche sicurezze che in un altro tempo (e in un linguaggio più ideologizzato) forse si sareb- bero dette “borghesi”.
 
Non così salde, in fin dei conti, perché presentano crepe e vizi di fondo di un pensiero codificato carico di pretese, di una supponenza dell’io (anche attraverso l’idea di progresso in ogni accezione possibile, non solo sul piano di costumi – e consumi) puntata incautamente contro la vita e le esperienze - spesso sconcertanti, sempre gravose – che comporta. Nello stato di nudità spirituale pari solo alla loro esigua esten- sione nello spazio (ottima la sequenza in cui la famigliola si sperde nel biancore abbaci- nante della tormenta, quasi inneggiante alla perdita totale di coscienza e all’annichilimen- to), i personaggi sono, letteralmente, risibili: è per certi versi colpevolmente esilarante vederli intrappolati nelle loro contraddizioni e interdetti, quasi come se coglierli fuori dei ruoli fissi loro assegnati dal consesso civile equivalesse davvero a fotografarli privi di mutande, e comportasse eguale imbarazzo. Diviene per loro un’impresa guardarsi ad uno specchio che non restituisce chiara un’imma- gine su cui erano state costruite mere abitudini, probabilmente cattive come alibi per troppe distrazioni, talora pessime in quanto esito di un ostinato (e mal ripagato) avanzare pretese – o scuse - razionali.
Tant’è vero che la sola figura che si accetti senza sovraccaricare il proprio pensiero e far resistenze al proprio essere è la conoscen- te/confidente della protagonista: nel suo dichiararsi felicemente poligama dà adito all’idea che si possa mantenere dai propri presunti doveri una distanza aurea, evitando non solo un eccessivo lavorio sulla rappre- sentazione mentale di sé e del mondo, ma l’adesione coattiva a schemi predeterminati a cui non c’è accesso privilegiato, e di fronte ai quali chiunque può essere inerme (difatti, nessuno, a prescindere dal grado di respon- sabilizzazione, sa rientrarvi; non a caso, i figli infieriscono con i loro capricci o il loro distac- co sulle debolezze della coppia, allargando il crepaccio che sta inghiottendola.
 
Un privilegio che si direbbe conforme alla loro educazione). Alla resa dei conti, quando Ruben Östlund crudelmente si dedica al controcampo muliebre dell’incertezza maschile che aveva fatto da casus belli, è proprio questa donna fuori dal coro, infatti, a scendere placidamente, solitaria, i tornanti nell’autobus un momento prima evacuato (per un allarmismo forse stavolta davvero avventato) che tuttavia prosegue, correggendo progressivamente la sua corsa e probabilmente il suo destino, non per questo meno dubbioso, riservato com’è al fuoricampo. Un cambio di prospettiva può fare la differenza, ed è solo questione di fiducia: si può sempre scegliere con quale peso affrontare il compito, in sé arduo, di vivere. Del turista, l’uomo ha certamente l’attitudine nei confronti dell’esistenza; come lui, non è che rovinosamente di passaggio: la “causa di forza maggiore” che lo opprime è in fondo la condizione umana in quanto tale. Non di rado al suo interno accade che le tragedie annunciate possano slittare nella farsa o essere la stessa cosa: sardonici ribaltamenti che rimandano a Beckett (o a Andersson, a Kaurismäki, persino ad Haneke) e dicono di un film dissonante, magistrale per come lo sguardo affilato quanto una lama e gelido come il ghiaccio di un giovane talento svedese ha saputo condurlo - attraverso pochi tocchi precisi (piani fissi, riprese e movimenti parsimoniosi, compo-sizioni asettiche del quadro) ma piglio da osservatore navigato - nel segno di un iperrealismo che dà alle immagini una strana consistenza. Sotto il profilo della sceneg- giatura fa di più, sfiduciando la parola come tramite di comunicazione: i personaggi non si conoscono e, nella più pessimistica delle ipotesi, non si conosceranno mai, per quanto si parlino. Lo spettatore, spesso e volentieri piacevolmente straniato, è invitato dalla sua guida ad allentare il proprio giudizio, facen- dosi più lungimirante dei personaggi che spia. Forse perché migliore e opportuna- mente elevato è il punto di vista.