< WOMAN IN GOLD

Un film di Simon Curtis / USA, GB / Durata: 110min

da Mercoledì 27 Gennaio a Sabato 30 Gennaio
Ore 20:45 / Ingresso riservato ai tesserati Cineforum

Media 4.44


La nostra recensione:
di Ellen Balasso
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“Mantenere vivi i ricordi, perché le persone dimenticano. Specialmente i giovani”. Ecco, nelle parole della protagonista Maria Altmann (interpretata da Helen Mirren) la risposta alla domanda: “C’era bisogno di un altro film sulla persecuzione nazista contro gli ebrei?”. Quando si pensa all’olocausto, come è giusto che sia, ci si concentra sui milioni di vittime innocenti immolati a una falsa e folle ideologia, ai pochi sopravvissuti spesso trapiantati in un Paese straniero dove si sono sforzati di dimenticare e di costruirsi una nuova vita.
Un dato spesso omesso nella narrazione è che quelle persone, prima del delirio della shoah, avevano una vita, degli affetti, delle radici, un senso di appartenenza a una cultura e ad una civiltà. Una cultura e una civiltà che improvvisamente, talora, li ha rinnegati e lasciati soli. Il film mette in scena la storia vera di Maria Altmann, profuga ebrea negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale, e la sua dura battaglia legale per ottenere dal governo austriaco la restituzione del dipinto della zia Adele Bloch Bauer realizzato da Gustav Klimt e passato illegittimamente, per mano dei nazisti, dal salotto di casa Altmann al museo Belvedere di Vienna.
 
Attraverso numerosi flashback il film racconta la vita di Maria Altmann prima della fuga in America, in una Vienna di inizio secolo cenacolo di sperimentazione di arte e di scienza: la casa della protagonista era frequentata da intellettuali, musicisti e artisti di spicco fra i quali Klimt ma anche Freud.
Proprio grazie al mecenatismo dello zio di Maria il quale commissiona al pittore il ritratto della giovane moglie Adele, viene alla luce uno dei capolavori dell’arte del Novecento ovvero la “Woman in gold” di cui la protagonista richiede la restituzione. Affrontare il viaggio per ottenere giustizia, per la protagonista significa anche ingaggiare una lotta contro i demoni del passato, trovarsi di fronte a ciò che le è stato negato (una vita serena in una colta e ricca famiglia viennese) e che, per sopravvivere, ha deciso consapevolmente di seppellire in fondo alla memoria: la protagonista frappone una netta cesura fra la sua vita prima del nazismo e dopo la fuga e, per quasi tutto il film, rifiuta di parlare nella propria lingua d’origine, ossia il tedesco, rinnegando a sua volta una patria colpevole di averla abbandonata.
 
La querelle legale per la restituzione dei dipinti di Klimt è l’occasione per Maria Altmann per fare i conti con la propria identità e per l’Austria per confrontarsi con il suo passato.
Al di là delle convinzioni personali, politiche, sociali circa il fatto se sia giusto o meno restituire le opere d’arte sparse per il mondo a seguito delle vari conflitti ripristinando una sorta di “ordine geografico di appartenenza”, nel caso dei dipinti di Gustav Klimt di cui si tratta nel film, ad analizzare la vicenda nel suo complesso, sembra che la vittoria ottenuta dalla protagonista, oltre a ripristinare la “giustizia”, abbia il sapore dolce amaro di una vendetta. Il punto di partenza della narrazione, infatti, è il testamento di Adele la “Donna in oro” la quale esprime il desiderio che, alla sua morte, i dipinti di Klimt possano essere esposti in un museo. Durante le trattative, poi fallite, con il governo austriaco la nipote Maria sembra considerare l’ipotesi di un accordo con il museo Belvedere affinché, una volta riconosciuta la legittima appartenenza dei dipinti alla famiglia Altmann, i quadri rimangano esposti a Vienna.
 
Infine, dopo la battaglia legale, l’arroganza del governo austriaco viene ripagata con la decisione di Maria Altmann di portarei quadri a New York dove vengono ceduti ad un museo per una somma milionaria. Se si considera che il ritratto di Donna in oro per anni venne esposto a Vienna occultando il nome della modella in quanto si trattava di una donna ebrea, forse il giusto riconoscimento per l’opera e per ciò che rappresenta sarebbe stato rimanere esposta a Vienna e non trovarsi “in fuga” dopo quasi 70 anni dalla fine dell’olocausto, quasi a perpetuare lo scempio.
“Le opere d’arte trafugate dai nazisti sono gli ultimi prigionieri di guerra”.Al di là della narrazione di un fatto realmente accaduto e di un legaldrama ben recitato, il film può essere l’occasione per comprendere che per coloro ai quali è stato strappato tutto, le “cose” sono la testimonianza di ciò che è stato, sono una memoria dolorosa e, nel contempo, lo strumento per l’affermazione della propria identità e per mettere in evidenza, altresì, come sia una questione di equilibrio e di doverosa critica verso scelte del passato dalle quali si deve affermare un netto distacco, ridare alle cose e attraverso le cose ad un popolo, la dignità e la libertà di cui ha innegabilmente diritto.