< IL CASO SPOTLIGHT

Un film di Tom McCarthy / USA / Durata: 128min

da Mercoledì 09 Marzo a Sabato 12 Marzo
Ore 20:45 / Ingresso riservato ai tesserati Cineforum

Media 4.27


La nostra recensione:
di Filiberto Battistello
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Fresco vincitore dell’Oscar come miglior film (oltre che come migliore sceneggiatura originale) Il caso Spotlight è una di quelle pellicole destinate a lasciare una traccia profonda, non solo nella storia cinematografica, ma anche nelle coscienze di tante, tantissime persone. Questo prestigioso premio, secondo alcuni, può e deve rappresentare anche una sorta di risarcimento morale verso, innanzitutto, le vittime di questo orrendo reato, ma anche verso chi, spesso fra l’indifferenza e l’ostilità generale, ha combattuto tenacemente per far emergere una realtà tenuta per tanto, troppo tempo colpevolmente segreta. In questo senso per tutti noi è davvero incoraggiante il fatto che la grande forza comunicativa del cinema sia finalmente riuscita a ad accendere le proprie luci su una vicenda così scottante. Anche se trasporre questo raccapricciante tema in un film non era un’operazione così facile. La tentazione di costruirci sopra storie struggenti e strappalacrime, oppure di imbastire una contrapposizione schematica ed ideologica contro la Chiesa, poteva essere la classica soluzione già conosciuta in tante altre pellicole.
 
Al contrario il regista è riuscito, in modo magistrale, a narrare con il massimo di delicatezza e sobrietà una storia scaturita unicamente da testimonianze concrete e prove documentate.
Il regista McCarthy riprende con precisione e mestiere il classico genere del cinema americano d’inchiesta dove il ruolo del giornalismo viene cinematograficamente descritto al meglio. Ben ritmato è capace di creare un crescente coinvolgimento dello spettatore agli eventi descritti. Ma quello che colpisce de Il caso Spotlight è la sua sceneggiatura: essenziale, chiara, oggettiva e del tutto antispettacolare che riesce a mantenersi rigorosamente sui fatti e quasi mai sulle opinioni o su giudizi scontati. Questo grazie anche ad un cast di attori veramente eccezionale (Michael Keaton, Rachel McAdams, Mark Ruffalo, Stanley Tucci) che riescono a dare spessore ed autenticità alla squadra di giornalisti che hanno dato il via ad una delle inchieste più sconvolgenti della storia del giornalismo. Un’inchiesta destinata a travolgere la Chiesa cattolica di Boston (fra le più potenti del Nord America) fra il 2001 e il 2002. Un’inchiesta che si è tentato di ostacolare con ogni mezzo ma che, nonostante l’oscuramento mediatico provocato in quei mesi dall’attentato alle torri gemelle, raggiunse comunque il risultato di individuare nomi e cognomi di centinaia di preti coinvolti e delle autorità ecclesiastiche che fecero di tutto per insabbiare sistematicamente questo orrendo crimine.
 
Autorità che volevano far credere si trattasse di qualche caso isolato di pedofilia, consumato nel buio di qualche sagrestia. O al massimo facendo trasferire in altre parrocchie questi maniaci creando così nuove sofferenze e abusi verso altri bambini, quasi sempre poveri, bisognosi, la cui loro unica colpa era quella di affidarsi alla Chiesa senza remore.
La cronaca di quegli anni ci dirà poi come quell’inchiesta abbia avuto un effetto deflagrante in tutta la Chiesa americana portando alla luce oltre seimila sacerdoti coinvolti in casi di pedofilia. Dalla fine di quell’inchiesta ai nostri giorni ci sono stati soprattutto tribunali, denunce e sentenze. Dopo aver costretto alle dimissioni l’omertoso Cardinale Law la sola arcidiocesi di Boston,rischiando la bancarotta, dovette pagare circa 85milioni di dollari come risarcimento a favore delle vittime degli abusi. Da qui la necessità per l’arcidiocesi di mettere in vendita molte proprietà immobiliari fra cui la lussuosa residenza cardinalizia di Lake Street. Tutto ciò mentre, notizia di questi giorni, salgono ad oltre 4 miliardi di dollari il totale degli indennizzi e dei patteggiamenti che in generale la chiesa americana ha dovuto sborsare per tali reati. Ma,come purtroppo sappiamo, lo scandalo in questi ultimi anni si è esteso dappertutto nel mondo facendo emergere (vedi l’ultimo caso in Australia), in modo sempre più inoppugnabile, le responsabilità di quanti sapevano e hanno malevolmente taciuto.
Per concludere: un film teso e coraggioso in grado di andare oltre al quel cinema “ben confezionato” di cui gli americani sono maestri. Non ci sono forzature né eroi. Non ci sono momenti epici che ti strappano il cuore o sentimentalismi gratuiti. Tutto appare quasi trattenuto o solo indicato; compreso l’indicibile dramma delle vittime.
In proposito ha scritto in questi giorni il The Washington Post: “I film sono esperienze visive, come anche acustiche e intellettuali. Ma al massimo della loro potenza, sono profondamente emotivi. Spotlight mette in luce una storia importante con personaggi forti e una narrazione capace, ma mai sulla pelle delle dolorose sofferenze umane che racconta”.