< RACE - IL COLORE DELLA VITTORIA

Un film di Stephen Hopkins / DE,CA,FR / Durata: 134min

da Martedì 01 Novembre a Sabato 05 Novembre
Ore 20:45 / Ingresso riservato ai tesserati Cineforum

Media 4.42


La nostra recensione:
di Ellen Balasso
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2016: il pubblico del Cineforum di Breganze viene invitato ad assistere alla proiezione di Race. Nessun fatto strano o eclatante, un film della rassegna come tanti altri, se non fosse per il particolare che Race racconta un evento sportivo avvenuto nel 1936 che ha segnato la storia (senza aggettivi qualificativi, non la storia “sportiva”) e che nessuno ha sentito la necessità di divulgare al grande pubblico fino ai giorni nostri.
Qualcuno potrebbe obiettare che oggi, ad esempio, siamo “abituati” ai records di Bolt. Race, però, non racconta soltanto la biografia di un atleta i cui 4 records nelle Olimpiadi del 1936 sono rimasti imbattuti fino al 1990: il film mette in scena un’epoca e le sue contraddizioni rivelando che ciò che scandalizzava l’Europa sbigottita di fronte agli eccessi hitleriani (di cui si stentava, o non si voleva comprendere l’atrocità), per altri versi era tollerato nella democratica e progressista America.
Il film offre vari piani di lettura: la celebrazione di un’atleta che ha segnato la storia sportiva mediante il racconto della sua biografia e la contestualizzazione del gesto atletico all’alba della seconda Guerra Mondiale. Se vincere 4 medaglie olimpiche, stabilendo dei primati rimasti imbattuti per decenni, già di per sé è un fatto memorabile, l’impresa diventa titanica se a compierla è un afroamericano negli anni ’30.
 
E già in questa frase si rischia di scivolare in una sottile vena razzista. Che differenza dovrebbe fare la razza? La conquista sportiva dovrebbe essere priva di qualsiasi etichetta e simboleggiare soltanto gli alti ideali della competizione agonistica.
Ma in questo caso la specificazione del olore della pelle di colui che ha vinto non cede alla facile retorica ma contribuisce a fare la storia, quella storia che non possiamo dimenticare e che ogni tanto vale pena ci venga mostrata per ricordarci come abbiamo fatto ad arrivare fino a qui.
n America Jesse Owens, giovane afro americano entrato all’Ohio States University con una borsa di studio per meriti sportivi, si siede in coda nell’autobus negli spazi riservati ai neri. In Europa Goebbels, braccio destro di Hitler, sta preparando la consacrazione della superiorità del T erzo Reich agli occhi del mondo (quale vetrina migliore delle Olimpiadi a Berlino?), ostentando l’odio razziale per ebrei, persone di colore, zingari ma anche per omosessuali e dissidenti politici.
In questo contesto politico, sociale e culturale, un giovane afroamericano al quale è stato insegnato, per evitare guai, a non guardare mai negli occhi l’uomo bianco, si trova a dover rappresentare l’America ai Giochi. Il sogno di ogni sportivo, eppure per Jesse Owens non è scontato che si tratti di un sogno che si realizza: il giovane prodigio dell’atletica leggera deve combattere contro gli insulti razzisti dei propri connazionali ogni volta che gareggia e deve far fronte alla pressione della propria comunità che lo vorrebbe fuori dai Giochi come segno di protesta contro il razzismo.
 
Il film mette in scena le contraddizioni di quegli anni bui e la forza, il sacrificio, le speranze e le paure di un grande campione. “A Berlino? Non mi pare che i neri siano molto ben visti laggiù”. “Perché, qui Ti pare sia diverso?”. Lo scambio di battute fra Jesse Owens e il suo allenatore Larry Snyder fotografa la tensione emotiva alla quale “l’uomo” Jesse Owens è sottoposto. Il Comitato olimpico americano è spaccato fra coloro che ritengono che ci si debba astenere dalla partecipazione in segno di protesta contro le politiche razziali di Hitler e coloro che spingono per la presenza delle delegazione americana ai Giochi. “Datevi una ripulita e l’America parteciperà”. Questo in sintesi il contenuto della visita del magnate dell’edilizia Brundage a Goebbels: basta mettere lo sporco sotto il tappeto e scendere a patti con il diavolo. Così la Germania è costretta ad accettare la partecipazione di atleti di colore alle competizioni pensando, in seguito, di poter semplicemente ignorare le vittorie dell’atleta americano, così come scelse di fare anche la stampa degli Stati Uniti del Sud che omise di riportare la notizia o il Presidente Roosevelt che non inviò nemmeno un telegramma al quattro volte campione americano.
Alla fine, senza retorica e senza gradi colpi di scena, il film racconta una biografia ma racconta anche la storia contemporanea, fornendo uno spunto di riflessione.