< PERSEPOLIS

Un film di V.Paronnaud-M.Satrapi / FR / Durata: 95min

da Mercoledì 04 Febbraio a Sabato 07 Febbraio
Ore 20:45 / Ingresso riservato ai tesserati Cineforum

Media 3.81


La nostra recensione:
di Andrea Navarin
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Potrebbe apparire inappropriato presentare al pubblico di un cineforum un film che qualcuno non esita ancora a definire disegno animato. Eppure con Persepolis, tratto dall’omonima autobiografia a fumetti di Marjane Satrapi (qui nelle vesti di co-regista), ci troviamo dinnanzi ad un’opera “adulta”. Innanzitutto dal punto di vista narrativo, perché si presenta come un particolare romanzo di formazione rinchiuso in un lungo flash-back che si apre e si chiude all’aeroporto di Parigi: l’infanzia di una bambina iraniana, piena di ironia e coraggio, tra la caduta dello Scià e la presa del potere da parte dei fondamentalisti; l’adolescenza curiosa e critica che deve convivere con la paura quotidiana dei bombardamenti; gli anni del liceo a Vienna per allontanarsi dalla repressione teocratica, che conducono però a contatto con pregiudizi e sospetti tali da spingerla verso la solitudine; le differenti delusioni sentimentali e ideologiche, fino al ritorno in Iran per trovare un matrimonio fallimentare e l’impatto sempre più duro con il fanatismo, elementi che la inducono a partire definitivamente per la capitale francese. In mezzo a tale tempesta, si stagliano le figure della protagonista, sostenuta da una solida ironia (ben rappresentata dal suo amore per Bruce Lee), nonostante la presenza di diversi momenti di reale scoramento; e della nonna, straordinaria unione di lucidità morale ed entusiasmo vitale, colei che difende la memoria della famiglia, rimprovera la nipote quando usa per difendersi gli stessi metodi che altrove la opprimono, svela a Marjane il trucco per sentirsi sempre profumata. “Adulto” per la solida cornice storica che offre un quadro insieme sintetico, pur senza mai rinunciare alla complessità del mondo, e umano di uno di grandi drammi di fine Novecento: il sorgere di integralismi che in nome della religione finiscono per schiacciare l’uomo. Fino ad allargare l’orizzonte a considerazioni più universali: l’inaccettabile ingiustizia dell’esilio in terra straniera e dell’oppressione nella propria, ma anche il viaggio commovente di una ragazzina alla scoperta di se stessa, di pari passo con l’amara constatazione della crudeltà della Storia e dell’insensatezza umana. “Adulto” per due scelte tecniche ed estetiche che differenziano Persepolis dall’animazione in voga. Anzitutto la bidimensionalità, lontana dal cinema formato Pixar (Monster & Co., Ratatouille, Wall-E ecc) intento ad inseguire “il più vero del vero” ricorrendo alle sofisticate invenzioni offerte dal digitale. Un’idea vincente che permette di conservare nello schermo la piacevole astrazione dei disegni originali e che dona al racconto un tono fiabesco e malinconico, ben accentuato dall’uso della musica, che i precisi riferimenti storici allacciano alla realtà. Inoltre, l’uso del bianco e del nero, ad esclusione dell’ambiente parigino disegnato a colori, sorta di omaggio al paese che l’ha resa celebre. Colori essenziali che isolano con precisione la questione universale della libertà e quella specifica dell’emancipazione sessuale della donna islamica. Bianco e nero perché, spiega l’autrice, è un film del dopoguerra e si ispira al neorealismo italiano, con i suoi paesaggi “veri”, e all’espressionismo tedesco, soprattutto nell’uso del nero capace di dar forma alle cose e insieme di diventare sfondo vivace per gli snodi del racconto, con le sue sciabolate di luci e di ombre a significare nello stesso tempo l’incubo e la speranza oltre le guerre. Toni monocromatici che permettono una libertà di disegno tale da trasformarsi in invenzione pura, modificando magicamente sotto i nostri occhi persone e oggetti. Persepolis appare così uno di quei film che portano con sé l’urgenza di essere visti da tutti, perché esso ci insegna qualcosa su un mondo difficile da spiegare, sul passato prossimo anche nostro; ma soprattutto ci permette di incontrarsi con la bellezza dell’immagine e del racconto lontano dalla verosimiglianza troppo invadente di oggi e vicino alla poesia e alla vera arte.