< SHUTTER ISLAND

Un film di MARTIN SCORZESE / USA / Durata: 138min

da Mercoledì 24 Novembre a Sabato 27 Novembre
Ore 20:45 / Ingresso riservato ai tesserati Cineforum

Media 3.53


La nostra recensione:
di Marco Lubian
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Le luci della sala si abbassano, le voci si affievoliscono, il proiettore apre una finestra sullo schermo e d’un tratto ci immerge in un’atmosfera completamente nuova.

E’ interessante immaginare come ogni esperienza cinematografica possa essere vissuta come un viaggio, a cui il regista ci invita a partecipare. Nel nostro caso inizia per mare ed è quello dell’agente dell’FBI Edward “Teddy” Daniels: siamo al largo di Boston, anni ’50, e la destinazione è l’isola che si apre all’orizzonte, Shutter Island, sede del manicomio criminale di Ashecliffe.

L’isola, location tipica di molti film, è in questo caso prima di tutto un luogo simbolico: rappresenta sia un’esigenza sociale, tenere lontani dal mondo i criminali malati di mente, ma al contempo è il riflesso della loro condizione mentale, quella di “isolarsi” dal mondo reale e dare sfogo alla loro realtà alternativa, tipica degli schizofrenici. La nave sta per arrivare ed il capitano avvisa che “si avvicina una tempesta” mentre di sottofondo la musica sale di profondità e di volume. Mantenere alta la tensione è uno dei cliché tipici dei thriller, genere in cui questo film si identifica completamente. Come ogni thriller che si rispetti parte da una semplice domanda, “Che fine ha fatto Rachel Solando ?”.

Ben presto scopriamo che porre (e porsi) le domande corrette è importante almeno quanto dare delle risposte: “Chi è Andrew Laeddis ?”, “Che cos’è la regola del 4 ?”, ma soprattutto “Chi è 67 ?”. Tanti tasselli di un mosaico complesso, e cercare di ricomporlo è come costruire un puzzle sul soffitto: proviamo a tenere assieme alcuni pezzi, ma inevitabilmente ne crollano altri. Non è un caso che la locandina del film presenti l’isola composta di tanti fotogrammi contenenti immagini più o meno zoomate dell’isola stessa. Inoltre “Shutter” il nome dell’isola (inventata), è una parola inglese che significa “otturatore”, qualcosa che ora lascia filtrare la luce (sulla verità), ora la ferma; la luce gioca un ruolo fondamentale, ed il regista ne sa fare un sapiente uso in parecchie scene, come quella in cui il protagonista accende ripetutamente un fiammifero per fare luce sulla figura che ha davanti ed allo stesso tempo, simbolicamente, sulla verità che sta cercando. Il binomio Scorsese/Di Caprio, già collaudato (da The Aviator a The Departed), raggiunge forse il suo apice in questo film: da un lato il regista prende il romanzo di Dennis Lehane e lo porta senza difficoltà “dalla cellulosa alla celluloide”, rendendo comunque l’opera originale rispetto al libro grazie al suo stile, ai movimenti della macchina da presa, all’attenzione al colore (più freddo nelle scene ambientate sull’isola, più caldo nei frequenti flashback del protagonista); dall’altro Leonardo Di Caprio che, dopo la lunga gavetta con registi importanti, si presenta ormai come un attore maturo. Con la sua forza interpretativa da al protagonista la giusta tensione emotiva e psicologica, riuscendo davvero a “trasformarsi” nel suo personaggio, aiutato sicuramente da quell’ “atmosfera” che tanto meticolosamente Scorsese ama preparare per i suoi attori.

Non dobbiamo infatti dimenticare il contesto su cui il regista lo fa muovere: una prigione per malati mentali. Molta cinematografia passata aveva già indagato sul tema delle malattie mentali, ma forse mai così “scientificamente”: il film mantiene come fine ultimo un’analisi sia sulla natura filosofica della follia (“la trovata kafkiana” per cui “se sei dichiarato pazzo, tutto quello che fai è parte di quella pazzia”) che su quella psicologica, a partire dalle cause che spesso la scatenano, alla violenza che ne scaturisce (altro tema importante), fino alla creazione di un mondo “altro” per dimenticare l’orrore dei crimini commessi.

Questa (psico-)analisi è ovviamente da contestualizzare nell’ambito storico di allora, in cui la cura dei malati mentali gravi era contesa tra chi compiva ogni genere di barbarie sui pazienti (come la lobotomia transorbitale, ancora oggi praticata nei casi più gravi), chi preferiva l’uso di psicofarmaci (come la cloropromazina, comparsa proprio in quegli anni) e chi, come il direttore di Ashecliffe, pensa che “se tratti un paziente con rispetto, lo ascolti, forse stabilisci un contatto”.. Un film che fa riflettere, dunque, complesso ma mai complicato: ogni tassello che avremo raccolto infatti andrà infine a comporre quel mosaico che ci darà la soluzione. E quando le luci si riaccenderanno per riportarci alla realtà, ci rimarrà quell’ultima frase del film, a farci riflettere ancora, mentre andiamo a casa, di ritorno da questo ennesimo viaggio nel mondo del cinema.