< QUALUNQUEMENTE

Un film di GIULIO MANFREDONIA / ITA / Durata: 96min

da Mercoledì 16 Marzo a Sabato 19 Marzo
Ore 20:45 / Ingresso riservato ai tesserati Cineforum

Media 2.95


La nostra recensione:
di Gian Stefano Messuri
icon pdf

“Ma lo sa che lei ha un bel fisico da assessore?” Sembrerebbe evidente il riferimento alla Minetti. E invece il personaggio di Cetto è nato otto anni fa, la battuta è stata scritta due anni fa e il film è stato girato nel mese di giugno 2010. E allora? Si tratta semplicemente del nostro Paese, nient’altro. Un luogo in cui le sconcertanti vicende di attualità hanno superato e scippato la fantasia degli autori del film, diventando “fantascienza” come dice lo stesso Albanese (“Cetto è diventato un moderato”), o iper-realtà secondo chi scrive. Potremmo discutere per ore o limitarci a guardare il film che da solo dice tutto. Il rischio di spostare questo magnifico personaggio dalla TV alla pellicola era quello di realizzare un montaggio di sketch, un “the best of” delle apparizioni televisive di Antonio Albanese, mentre il “cinema”, quello vero, ha bisogno di una storia, di una solida impalcatura sulla quale sviluppare il racconto. Albanese e Guerrera hanno avuto il coraggio di rischiare e hanno certamente vinto la sfida; guardare al di là del personaggio televisivo per andare a vedere chi è il figlio di Cetto, chi sono la moglie e l’amante, i suoi amici, il suo mondo e l’ambiente fisico e sociale che lo circonda. Né è uscito un film solido che non lascia al caso nemmeno una virgola. Albanese non si compiace con il “cotto e mangiato”, non si appoggia all’effetto facile, né si accontenta dell’imitazione e dello sberleffo. Fa qualcosa di più, di più difficile e complesso, utilizza uno sguardo attento, uno spirito satirico e molto, molto personale. E su questo è insuperabile, va sopra le righe, estremo e soprattutto (anzi, soprattuttamente, direbbe Cetto) non cede a banalità o a risate facili. Il film fa ridere, sì, ma fa anche pensare, lascia un retrogusto amaro. Cetto è l’osceno rappresentante di una categoria umana, molto diffusa, che disprezza le regole, la legalità, il bene comune e crede solo nella prevaricazione e nel farsi gli affari propri, con “qualunque” mezzo. Ciò che più impressiona, nel film come nella realtà, è che questi personaggi sono fieri di essere tutto ciò e anche molto di peggio. Fino alla più schifosa delle truffe. Secondo Michele Serra (e come non essere d’accordo) Cetto assomiglia a chi lo elegge. Perché non dobbiamo pensare che lui sia un mostro e fuori la gente sia migliore; non è così, la gente è come lui e peggio di lui, come si vede all’inizio del film quando la richiesta di una ricevuta fiscale provoca lo sgomento generale; quando la gente si lamenta ma non fa nulla per cambiare. Di questi esempi ne abbiamo a bizzeffe, vicini e lontani. Insomma Cetto nasce da noi, dall’illegalità che sta nel Dna di una parte consistente di questo Paese il quale, in coerenza, poi vota i suoi rappresentanti, i suoi “Cetto”.
L’intelligenza del lavoro di Albanese sta nel ridicolizzare questi buffoni piuttosto che farsi rodere il fegato e affrontarli con astio: “sono ignoranti, arroganti, volgari e vestono con colori assurdi (…) è inutile perdere tempo con riflessioni, sono semplicemente perdenti, sono ridicoli e dobbiamo ridicolizzarli”, così Albanese, e ancora: “li abbiamo rappresentati in questo modo e il messaggio si sta affermando”. E’ forse l’ultima arma, la più efficace, in fondo lo fece anche Charlie Chaplin con Hitler, ricordate?.
Nei vari personaggi del film ognuno di voi potrà trovare dei riferimenti concreti perché la storia è popolata di personaggi “reali” ed è esattamente uno spaccato di storia del nostro paese. “E’ uno dei film più crudeli che ho visto negli ultimi anni” dice lo stesso Albanese e noi siamo d’accordo con lui. Pensate solo alla “tragica” figura del figlio (sereno e tranquillo all’inizio del film, ma disadattato, secondo Cetto), e alla sua “evoluzione” dopo la cura del padre che gli spiega come deve farsi rispettare (“si comincia col dare la precedenza a un incrocio e si finisce che ti prendono per ricchione e come se non bastasse, in finemente, mi cadi su una ragazza senza minne, piatta, dove ho sbagliato ...”; no papà, sono io che sono sbagliato, cede subito il povero Melo); oppure pensate all’orrido giornalista che ricorda da vicino qualcuno che adesso non mi viene in mente. Albanese, inutile dirlo, offre un’interpretazione immensa, straordinario anche il regista Manfredonia, e bravissimi gli attori (in particolare Lorenza Indovina nei panni della moglie Carmen) che creano una coralità compatta e di grande effetto. Finanche la location e la grande ricercatezza di luce, colori e costumi esaltano l’estetica del cattivo gusto che permea il personaggio (pensate alla casa di Cetto o al suo vestito). La casa che vedete nel film esiste veramente (anche qui la realtà supera la fantasia), il più grande scenografo non poteva immaginare una cosa del genere (racconta Albanese, per fare un esempio, che in scena ci sono due leopardi “tigrati”, in realtà ce n’erano otto, ne hanno tolti sei, era troppo anche per Cetto). Ma non finisce qui, la mutazione di Cetto è inevitabile e lo ritroveremo. Presto. A Palazzo Chigi? No, c’è troppa gente. Meglio al Quirinale.